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Heysel Le verità di una strage... Francesco Caremani 2010
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  HEYSEL Le verità di una strage annunciata
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HEYSEL 

Le verità di una strage annunciata

di Francesco Caremani

"HEYSEL le verità di una strage annunciata" è l’aggiornamento doveroso e importante del libro che dopo diciotto anni di assordante silenzio ha raccontato la strage di 39 tifosi juventini del 29 maggio 1985 e, soprattutto, il lungo e dimenticato processo dell’"Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles" contro tutto e tutti. Un Heysel 2.0 che riporta in libreria e all’attenzione generale una vicenda italiana ed europea che ha segnato per sempre il calcio, quello prima e quello dopo la tragedia di Bruxelles. Forse nessuno sa che se oggi gli stadi designati per le finali di Champions League devono avere determinati requisiti di sicurezza lo devono a Otello Lorentini, l’uomo di Arezzo che ha lottato per difendere la memoria del figlio Roberto, perso sulle gradinate della Curva Z mentre cercava di salvare un connazionale, sconfiggendo l’Uefa e condannandola alla corresponsabilità degli eventi che organizza. Da qualche tempo a questa parte molte persone mi hanno chiesto del libro, mi hanno ringraziato per averlo scritto e per aver raccontato la verità su quella maledetta notte di Coppa dei Campioni. Attestati che mi hanno consegnato la certezza dell’importanza della memoria, soprattutto di fatti drammatici come la morte di 39 persone per una partita di calcio, operazione che in questo Paese è più facile irridere e stigmatizzare che apprezzare. Riproporla oggi, arricchita di interventi di grande spessore professionale, umano e giuridico, è per me qualcosa che va al di là della gratificazione professionale, qualcosa che provo solo quando guardo dritto negli occhi Otello o Andrea, figlio primogenito di Roberto, qualcosa che a parole non si può spiegare e che spero proverete leggendo questo libro. Fonte: Bradipolibri © 29 maggio 2010 Fotografie: Bradipolibri © Francesco Caremani © GETTY IMAGES © (Not for commercial use) Icona: Itcleanpng.com ©

 

La prefazione di Walter Veltroni

È una mano pietosa e indignata, quella di Francesco Caremani che ci guida in quel 29 maggio 1985, il giorno in cui lo sport dismise i panni dell’amicizia e della gioia per vestire quelli del dolore e della violenza. Avvenne, a Bruxelles, ciò che in molti avrebbero potuto facilmente prevedere ed evitare, e non vollero o non seppero farlo. Quel giorno lo stadio del gioco diventò lo stadio della morte, una morte trasmessa in diretta e in mondovisione. Una morte che si mescolò col gioco del pallone (e per questo fu più crudele e più odiosa) che portò via il soffio della vita a chi avrebbe voluto semplicemente applaudire, vincere o perdere con la propria squadra, coi propri beniamini. E invece persero tutti, nonostante la coppa alzata, il giro del campo, nonostante i sorrisi, i "non sapevamo", nonostante il gol. Nonostante la vittoria, persero tutti, in quella sera luttuosa all’Heysel, quando il battito del cuore improvvisamente cessò per trentanove persone. Erano italiani in gran parte, ma il necrologio riporta anche quattro nomi belgi, due francesi e uno irlandese. Il più giovane aveva undici anni e si chiamava Andrea. Seicento furono i feriti. Le cronache ci raccontarono che la violenza degli hooligans inglesi non rispettò nemmeno i poveri corpi senza vita, oltraggiati col furto, con la denigrazione. La pietà muore più volte, e ciò che chiamiamo bestiale è, purtroppo, proprio dell’Uomo, non della ferinità, poiché solo l’Uomo può adoperare con consapevole raziocinio la crudeltà, l’offesa, il gesto delittuoso fine a se stesso. Scriveva Salvatore Quasimodo in "Uomo del mio tempo", nel 1946, cogli orrori della guerra davanti agli occhi: "(…) Hai ucciso ancora,/ come sempre, come uccisero i padri, come uccisero/ gli animali che ti videro per la prima volta./ E questo sangue odora come nel giorno/ Quando il fratello disse all’altro fratello:/ "Andiamo ai campi". E quell’eco fredda, tenace,/ è giunta fino a te, dentro la tua giornata (…)". Anche all’Heysel si udì quell’eco, nelle urla degli hooligans, nel silenzio della polizia belga, nei piani di sicurezza mal attuati. È facile alzare la mano sugli innocenti, sui più deboli, sugli inermi. Questo ci insegna la strage dell’Heysel: il Male ha una sua feroce semplicità, lo si incontra anche nel luogo che per sua fattura dovrebbe invitare all’amichevole aggregazione, come uno stadio. E invece no: il gioco è il pretesto, la violenza è il fine. Quegli hooligans cercavano lo scontro, questo ci racconta il libro, e cercavano d’uccidere, dopo aver fatto crescere l’eccitazione con fiumi di alcol. Nelle pagine successive i lettori troveranno ricostruzioni esatte e agghiaccianti. Un testimone così racconta: "Queste cose dovete scriverle. Quelli del Liverpool avevano pistole, forbici, coltelli, spranghe. Hanno ammazzato un ragazzo con un lanciarazzi, ho visto tutto con i miei occhi… È cominciato tutto col lancio di razzi. Dalla zona degli inglesi ne è arrivato uno, poi un altro e un altro ancora. Il quarto razzo ha colpito in pieno un tifoso. Era a venti metri da me. L’ho visto cadere, era una maschera di sangue. Nessun poliziotto è intervenuto".

I lettori troveranno spiegazioni, opinioni, denunce. Troveranno le cronache dei processi, i pareri degli avvocati. Troveranno le parole di Otello Lorentini, l’anziano padre di Roberto, uno dei morti dell’Heysel cui è dedicato il libro. Roberto è morto mentre tentava di salvare un bambino ferito con la respirazione bocca a bocca. Quando Caremani chiede il motivo per cui ha deciso di costituire l’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles, Lorentini risponde che non poteva sopportare che si pensasse anche solo per un attimo che "39 persone erano morte da sole, per pura fatalità". Arrivando alla fine del libro, quelle parole saranno una delle chiavi di lettura dell’intera vicenda, perché quel giorno della fine di maggio del 1985 furono gli uomini e non il Fato a decidere come in un’antica arena romana se avesse dovuto esserci il pollice verso, e fu così che morirono gli innocenti dell’Heysel: qualcuno li uccise, qualcuno lasciò fare. Caremani è un ottimo giornalista. Ci emoziona, ci commuove anche, eppure ci avverte a ogni passo di non lasciarci distogliere dal dolore, perché oltre il dolore deve esserci giustizia. Non è un lieto fine, quello che l’autore ci racconta, né potrebbe esserlo, poiché non c’è letizia per chi ha perso i propri amici e familiari, ma c’è un risultato importante che l’impegno di Otello Lorentini e di altri riescono a raggiungere: la condanna della Uefa non è solo un atto giudiziario, ma indica un dovere di assunzione di responsabilità. Caremani sa bene che la giustizia degli uomini non è infallibile, ma è conscio di come quella sentenza rappresenti davvero un fatto storico per la giurisprudenza. Questo libro è prezioso e bellissimo. Lo è perché ci ammonisce a non dimenticare, e perché narra puntualmente e con notizie verificate tutto ciò che è accaduto; ma lo è anche perché è un libro d’inchiesta che ha dentro la passione del diario, della pagina biografica. Caremani dichiara che questo è il libro che non avrebbe voluto mai scrivere, eppure ciò che è avvenuto ha trasformato queste pagine nel "suo libro". Dentro e dietro il cumulo di dimenticanze, di superficialità, di pressappochismo, di mancanze, di colpe, l’autore indaga con la passione di chi ha ricevuto il testimone più scomodo: quello della memoria. Egli raccoglie indizi, ascolta e riferisce, forse affinché quel suo dolore si asciughi almeno un poco, e davvero quel dolore, quel nodo scuro, quel groppo alla gola che Caremani si portava dentro, si trasformano in coraggio e tenacia. La rabbiosa voglia di sapere diventa forte denuncia civile, diventa un pezzo di storia da leggere e conservare, diventa testimonianza lucida e critica di un massacro evitabile. Voglio bene a questo libro: è un grande atto d’amore verso trentanove innocenti, e un monito a non perdere la strada dell’umanità e della pietas. Fonte: Bradipolibri © 29 maggio 2010 Fotografia: Francesco Caremani © Icona: Itcleanpng.com ©

 

Introduzione di Roberto Beccantini

Non esiste libro più attuale di questo. Già il titolo, "HEYSEL, le verità di una strage annunciata", fa capire che siamo sempre a metà del guado. E sono passati venticinque anni. Francesco Caremani ha deciso di ritornare sulla tragedia che affiorò dalla pancia di Juventus-Liverpool, il 29 maggio 1985. Idea nobile e grande. Mi ha chiesto, Francesco, cosa volessi fare della mia introduzione. Ho deciso di lasciarla tale quale. Non per pigrizia, ma perché non la considero "vecchia". Era il 2003, quando uscì il libro. Il 2 febbraio scorso abbiamo celebrato, in sordina, il terzo anniversario dell’uccisione dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, morto il 2 febbraio 2007 allo stadio Cibali di Catania, durante il derby con il Palermo. Violenza da stadio, con il calcio ora mezzo ora fine. Siamo il Paese degli slogan ("Tolleranza zero") e dei tornelli. Siamo quelli che un nero non può essere italiano (Mario Balotelli). Siamo sempre quelli. Ho citato parole e fatti successivi all’Heysel e, dunque, alla prima edizione delle sue "Verità". Tutto passa, tutto si tiene. Al di là degli aggiornamenti, curati dall’autore, resta il dramma di una carneficina che ci ha insegnato poco, fedeli all’"homo homini lupus" del filosofo inglese Thomas Hobbes. Non bisogna abbassare la guardia. "Gli stadi italiani sono in mano agli ultrà", parole e musica di Fabio Capello. L’ha detto, e ripetuto, "dopo", non "prima". In mano agli ultrà e, aggiungo io, alle televisioni, spesso non meno estremiste e faziose dei nuovi barbari. L’Heysel rimane una ferita immane che riga la memoria e sfigura molte coscienze che, non solo in Italia, sanno di averla fatta sporca. Ritornarci sopra significa scacciare la tentazione indecente di metterci una pietra sopra. Venticinque anni e trentanove morti dopo.

Premetto: sono juventino e ho sposato Liliana con la musica di "You’ll never walk alone", l’inno del Liverpool, la squadra inglese del mio cuore. Lo era prima dell’Heysel, lo è rimasta dopo. C’ero anch’io, quella sera. Lavoravo per la Gazzetta dello Sport, avevo contribuito a preparare un inserto celebrativo che, come tale, sarebbe uscito soltanto in caso di vittoria. Naturalmente, non uscì. Ricordo che faceva caldo e che all’improvviso, in una porzione di stadio alla mia sinistra, si scatenò l’inferno. Trentanove morti sono il prezzo dell’apocalisse e possono diventare la ragione di un libro, questo. Un libro scomodo, va detto subito. E di parte. Ma della parte giusta. Francesco Caremani ha scavato fra lacrime e autopsie, spiegando come e perché allo sdegno e al dolore provocati dalla carneficina, evitabilissima, si siano aggiunti altro sdegno e altro dolore, per le lungaggini di una burocrazia troppo distratta e per il disimpegno di un apparato sportivo che si è chiamato fuori dalla tragedia con disgustoso senso di irresponsabilità. Era il 29 maggio del 1985. L’Heysel è stato buttato giù e ricostruito, adesso si chiama stadio "re Baldovino", e del settore Z, il famigerato settore Z, trappola fatale e mortale, è scomparsa ogni traccia. In realtà, l’Heysel e il suo "gulag" vivranno sempre. Mai come quella sera sarebbe bastato un briciolo di efficienza organizzativa per scongiurare l’eccidio. Le autorità belghe e l’Uefa peccarono di omessa prevenzione. La furia degli hooligans inglesi completò l’infame opera. Lo straziante paradosso è che l’ecatombe di Bruxelles è servita più agli inglesi che a noi, più agli aggressori che agli aggrediti. A ogni incidente, non si parla che del loro modello e delle loro leggi, dure, severe, immediate. Noi ci abbiamo capito poco. E siamo sempre lì, a morderci la coscienza, un decreto e un emendamento, un emendamento e un decreto. Se non proprio l’io narrante, Otello Lorentini, che all’Heysel perse il figlio, Roberto, è una sorta di Virgilio che scorta l’autore nell’inferno del "durante" e del "dopo". Lorentini è stato il presidente dell’Associazione costituita fra le famiglie delle vittime di Bruxelles. Ha trasformato la sofferenza, indicibile, in energia propositiva e riparatrice, ha sfidato tutti, e a tutti ha bussato, pur di evitare che "quella povera gente morisse una seconda volta".

Non è stato facile, e ci è voluto tempo. Qualcosa, alla fine, ha ottenuto. Imbarazzi, diffidenze e reticenze ne hanno accompagnato la strenua azione di rottura. Al posto di Giampiero Boniperti avrei nascosto e poi riconsegnato a chi di dovere quella stramaledetta coppa. La partita venne giocata esclusivamente per scongiurare altre risse, altri lutti. Fu vinta su un rigore non meno inesistente della inesistenza del diritto a considerare ufficiale una recita così macabra e così fuori del mondo (il mondo civile). Impossibile dimenticare certe scene di esultanza, impossibile non stigmatizzarle: anche se dal pulpito i fendenti costano meno e vengono meglio. La memoria va allenata, e queste pagine sono palestra per esercizi che la pigrizia degli italiani tende sistematicamente a schivare, soprattutto se portatori di ricordi agghiaccianti e di atteggiamenti non proprio edificanti. Al di là dei risarcimenti, e del poco o molto che è stato fatto, non bisogna mai arrendersi all’inerzia. L’Heysel è un peso che ci portiamo dentro. Non riusciremo mai ad appoggiarlo da qualche parte. Non sarebbe neppure giusto. Trentanove morti per una partita di calcio. Forse (anche) per biglietti smerciati alla carlona, sicuramente per ubriachezza molesta e carenza di ordine pubblico. La campana del destino prima o poi suona per tutti, ma quando i rintocchi assordano uno stadio, non resta che ribellarsi. O documentarsi, come ha fatto Francesco. Senza astio, senza paura, senza secondi o terzi fini. Pane al pane. L’Heysel è stato una tragedia. La speranza è che la contabilità del sangue e delle urla aiuti a prevenirne altre. Perché il tempo sia galantuomo, serve che lo siano anche gli uomini, e le loro istituzioni. Leggete queste pagine: non scoprirete novità sconvolgenti. Scoprirete, semplicemente, com’è stato duro accendere una candela di giustizia. Una candela, non un lampadario. Fonte: Bradipolibri © 29 maggio 2010 Fotografie: GETTY IMAGES © (Not for commercial use) © Roberto Beccantini Icona: Itcleanpng.com ©

 

Presentazione di Andrea Lorentini

Quando Francesco Caremani, l’autore di questo libro, mi ha chiesto di scrivere alcune righe di presentazione ho accettato ben volentieri perché la violenza nello sport e nel calcio in particolare è qualcosa che mi tocca da molto vicino. Sono vittima di questa violenza: mio padre è deceduto allo stadio Heysel di Bruxelles quella tragica sera del 29 maggio 1985. Io, bambino di appena tre anni, non ho ricordi particolari di mio padre, ma dai racconti dei miei familiari traspare un uomo generoso a tal punto da sacrificare la vita per aiutare, nella sua qualità di medico, i connazionali feriti sugli spalti. Vado enormemente fiero di questo suo gesto, la sua immagine d’uomo altruista, buono e affettuoso mi accompagnerà per tutta la vita. Nonostante ciò lo sport è la mia più grande passione e sono diventato giornalista per poter raccontare il calcio nella sua espressione più pura, poiché lo ritengo un importante veicolo d’incontro culturale e un significativo collante per la nostra società. Il calcio e la violenza sono due aspetti che non hanno e non devono avere niente in comune; calcio significa divertimento, salute, socializzazione, sano agonismo; il calcio aiuta a crescere, insegna il rispetto per l’avversario e queste sono regole di vita che un uomo si porta dentro per sempre. Della mia "esperienza" di calciatore ricordo tutto con molto piacere; quegli anni mi hanno arricchito profondamente, mi hanno fatto vivere un’adolescenza meravigliosa. Sconfiggere la violenza è un dovere morale e civile di ogni uomo; purtroppo, ancor oggi assistiamo a episodi di teppismo, a scene di violenza e d’intolleranza che non hanno niente a che vedere con il calcio. È e sarà una lunga battaglia, ma mi auguro che con l’impegno di tutti il gioco del pallone sia soltanto puro e semplice momento di festa. Il calcio è vita perciò, a chi ne è protagonista attivo, chiedo di trasmettere la gioia di vivere che questo sport porta con sé, con la speranza che tutto ciò che gli nuoce sia sconfitto. Mi auguro che questo libro apra una profonda riflessione affinché la società prenda coscienza che una tragedia come quella di Bruxelles non debba ripetersi mai più. Fonte: Bradipolibri © 29 maggio 2010 Fotografie: Bradipolibri © Andrea Lorentini © Icona: Itcleanpng.com ©

 

Heysel The Truth (English Edition)

On 29 May 1985 at the Heysel stadium in Brussels, before the European Cup final between Juventus and Liverpool, 39 people died. They died in block Z, crushed and suffocated by the crowd, under the blows of English hooligans dulled by alcohol; and due to the distinct complicity of the Belgian authorities, the local police and UEFA were unable to predict what would occur, and to intervene. It was a predictable tragedy that struck the sport of football and our consciences with desperate drama. It is an open wound that has never healed, because no one can or should die during a simple football match. What happened before Juventus–Liverpool has been recounted by everyone; many have told about what happened during and after the event, including their own stories, but no one has ever really delved into the real, uncomfortable truths. The personal effects stolen, the arrogance of the authorities, the long, hard, disdained legal battle carried out by the Association of Victims, by Otello Lorentini who in Belgium lost his son Roberto (awarded a silver medal for Civil Valour for having died trying to save a fellow human being). The humanity of 39 families has been trampled for no justifiable reason.This book is a gesture owed to the memory and dignity of 39 people who lost their lives to watch a game. To remember what the football environment has triedtoo often and too quickly to forget. "This book is the Bible of Heysel" (Emanuela Casula, sister of Andrea and daughter of Giovanni, two of the 39 victims of the massacre in Brussels). "If the British had learned the lesson of Heysel, maybe the Hillsborough tragedy would never have happened". (Francesco Caremani, author)

"Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, muoiono 39 tifosi bianconeri. Muoiono nel settore Z, schiacciati e soffocati dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall’alcool, con la connivenza decisiva delle autorità belghe, della polizia locale e dell’Uefa, incapaci di prevedere e d’intervenire. Una tragedia annunciata che si è abbattuta con disperante drammaticità sul calcio come sport e sulle coscienze di tutti noi come uomini prim’ancora che come sportivi. Una ferita aperta e mai rimarginata, perché non si può e non si deve morire di calcio. Tutti hanno raccontato quello che è successo prima di Juventus-Liverpool, molti hanno raccontato il durante e il dopo, anche il proprio, ma nessuno s’è mai veramente addentrato nelle scomode verità. Gli effetti personali rubati, l’arroganza delle autorità, la lunga, faticosa e snobbata battaglia legale portata avanti dall’Associazione delle vittime, dall'aretino Otello Lorentini che in Belgio ha perso il figlio Roberto. L’umanità calpestata di 39 famiglie tra meschinità d’ogni genere. Questo libro è un atto dovuto alla memoria e alla dignità di 39 persone che hanno perso la vita per assistere a una partita. Ho scritto questo libro ("Heysel, le verità di una strage annunciata", editore Bradipolibri, N.D.R.) per ricordare ciò che l’ambiente calcio ha cercato troppo spesso e troppo in fretta di dimenticare". (Francesco Caremani, l'autore) Fonte: Amazon.it © 12 maggio 2015 Fotografie: Bradipolibri © Francesco Caremani © Icona: Itcleanpng.com ©

"La Memoria è una cosa seria,

la Memoria non è protagonismo,

la Memoria non è spettacolarizzazione,

la Memoria, in Italia, è spesso sporca, brutta e cattiva.

La Memoria è un gesto quotidiano, una battaglia senza fine.

La Memoria non ha né vinti né vincitori,

perché quando si deve difendere la dignità di 39 morti dagli idioti

siamo tutti sconfitti"

Francesco Caremani

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