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HEYSEL  Le verità di una strage...  2015  Francesco Caremani
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"Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, muoiono 39 tifosi bianconeri. Muoiono nel settore Z, schiacciati e soffocati dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall’alcool, con la connivenza decisiva delle autorità belghe, della polizia locale e dell’Uefa, incapaci di prevedere e d’intervenire. Una tragedia annunciata che si è abbattuta con disperante drammaticità sul calcio come sport e sulle coscienze di tutti noi come uomini prim’ancora che come sportivi. Una ferita aperta e mai rimarginata, perché non si può e non si deve morire di calcio. Tutti hanno raccontato quello che è successo prima di Juventus-Liverpool, molti hanno raccontato il durante e il dopo, anche il proprio, ma nessuno s’è mai veramente addentrato nelle scomode verità. Gli effetti personali rubati, l’arroganza delle autorità, la lunga, faticosa e snobbata battaglia legale portata avanti dall’Associazione delle vittime, dall'aretino Otello Lorentini che in Belgio ha perso il figlio Roberto. L’umanità calpestata di 39 famiglie tra meschinità d’ogni genere. Questo libro è un atto dovuto alla memoria e alla dignità di 39 persone che hanno perso la vita per assistere a una partita. Ho scritto questo libro ("Heysel, le verità di una strage annunciata", editore Bradipo Libri, N.D.R.) per ricordare ciò che l’ambiente calcio ha cercato troppo spesso e troppo in fretta di dimenticare". 

Francesco Caremani

Quella notte all’Heysel vista da Todi

di Gilberto Santucci

L'inaugurazione dello Juventus Club intitolato a Franco Martelli con la presentazione del libro di Francesco Caremani ha permesso di raccogliere testimonianze dirette inedite.

Dopo tanto tempo si è tornati a parlare di Heysel a Todi con la presentazione del libro di Francesco Caremani, ospite dello Juventus Club intitolato alla memoria di Franco Martelli, tuderte, una delle 39 vittime di quella tragedia, un volume che ha squarciato il silenzio su una materia dura, difficile, dolorosa e che testimonia quanto sia complicato in Italia coltivare in alcuni casi la memoria, che è materia complessa e che non può ridursi ad una targa, ad una messa, ad una cerimonia commemorativa di faccia. Serve ricordare per non dimenticare, ricordare per capire e perché non accada mai più: altrimenti la memoria diventa solo un feticcio da stadio. È lo spirito che ha animato la serata di venerdì all’Hotel Villaluisa, caratterizzata non solo dagli interventi del Sindaco Ruggiano, che ha portato il saluto dell’avvocato Vedovatto che si è occupato del processo a Bruxelles, e dell’assessore allo sport Ranchicchio, ma anche di alcuni testimoni di quella notte, compagni del viaggio di andata con Franco Martelli. Dopo un’appassionata ricostruzione di Francesco Caremani, al tavolo sono stati invitati a parlare uno dopo l’altro Vittorio Spazzoni, Massimo Mosca e Giampiero Sargeni, i quali hanno raccontato il loro Heysel, aggiungendo aneddoti che, a 33 anni di distanza, hanno procurato profonda partecipazione nella platea. Particolarmente toccante quello di Sbarra, che ha accettato di parlare per la prima volta in pubblico di quanto vissuto nella notte del 29 maggio 1985. "La memoria è un lavoro quotidiano - ha detto Caremani - è soffermarsi a ripensare a Franco Martelli e agli altri non solo il 29 maggio. La memoria è andare nelle scuole, parlare con i giovani, fargli capire cos’è stato l’Heysel per il calcio contemporaneo, iniziando a ripulire l’argomento dai luoghi comuni trovati in Rete e dalle falsità prorogate/propagate nel tempo, spesso in malafede, in Italia e all’estero. E dopo questo lavoro di ripulitura raccontare le verità (non la Verità !), le tante piccole, a volta minuscole, verità di ciò che è accaduto, del perché, di come poteva essere evitato, del processo, delle responsabilità e poi di chi si è comportato bene e chi male con le vittime e i loro familiari". Una scelta difficile e non scontata quella di intitolare lo Juventus Club a Franco Martelli, in una città che ha saputo comunque dedicargli anche lo stadio di calcio di Pontenaia. Una scelta in parte sofferta anche quella di inaugurare il nuovo corso del Club con un argomento tanto delicato e controverso, ma che alla fine si è confermata preziosa per riflettere sullo sport di ieri e di oggi e per ribadire che il focus di quella tragedia sono soltanto i 39 morti e nient’altro. "Esistono verità fattuali e processuali inequivocabili e per un discorso serio sull’Heysel, per una memoria compiuta, si parte da qui", ha concluso Caremani.

25 novembre 2018

Fonte: Iltamtam.it

Domani si parla della strage dell'Heysel: ospite a Todi Francesco Caremani

di Antonello Menconi

Al via le attività del neonato Juventus Club Todi intitolato a "Franco Martelli", il giovane tifoso tuderte che perse la vita nel 1985 allo stadio dell’Heysel. E proprio a Martelli e al ricordo di quella tragedia sarà dedicata la giornata di presentazione ufficiale del club fissata per domani, venerdì, alle ore 21, presso la sala convegni dell’Hotel Villaluisa. Nell'occasione si rivivranno emozioni e ricordi di una serata che mai verrà dimenticata. "La nostra volontà - dice il presidente del Club Daniele Caporali - è quella di promuovere momenti di incontro e di promozione della cultura sportiva che possano andare oltre le trasferte e, i pur importanti, momenti di ritrovo per vedere insieme alle partite. L’obiettivo è di stimolare occasioni di riflessione e di aggregazione utili soprattutto ai tifosi più giovani". Nella serata di domani, venerdì, sarà ospite a Todi il giornalista e scrittore Francesco Caremani, vincitore di vari premi ed autore di una decina di libri, tra cui "Heysel, le verità di una strage annunciata", che sarà presentato e dibattuto a 33 anni da quella notte di sangue e di dolore per lo sport tutto, che rappresenta una ferita mai del tutto rimarginata. Il 16 dicembre, sempre al Villaluisa, si terrà invece la cena di Natale del club, con in programma una tombola con premi bianconeri ed un’asta finale sempre in salsa juventina. Entro la fine dell’anno, il 29 dicembre, è in programma infine la prima trasferta per assistere alla partita Juventus-Sampdoria, con trasferimento in autobus, ingresso allo stadio e visita al museo. Nel frattempo, in attesa del taglio del nastro, il Club tuderte ha preso parte ad un contest fotografico promosso dalla società torinese, iniziativa che ha fatto maturare l’idea della realizzazione di un calendario tuderte bianconero.

22 novembre 2018

Fonte: Perugia24.net

La verità sull’Heysel dove morì Franco Martelli

di Gilberto Santucci

A Todi, venerdì 23 novembre, alle 21, all'Hotel Villaluisa presentazione del libro di Francesco Caremani promossa dal rinnovato Juventus Club.

Sono trascorsi più di 33 anni da quella notte del 29 maggio 1985 quando a Bruxelles, durante la finale di Coppa di Campioni, perse la vita anche il giovane tifoso tuderte Franco Martelli (a cui la città ha intitolato lo stadio di calcio di Pontenaia). I più giovani non ricordano o magari addirittura non sono a conoscenza che anche Todi fu toccata da quella tragedia che vide morire 39 persone. Non lo hanno però dimenticato gli amici e i tifosi bianconeri che a Franco Martelli hanno intitolato il fan club, di recente rinnovato con alla guida il neo presidente Daniele Caporali. All’insegna della passione, la stessa che animava Franco, ma anche della memoria e dell’impegno, lo Juventus Club inaugura il suo nuovo corso venerdì 23 novembre con un incontro di festa ma anche di rispettosa riflessione. All’Hotel Villaluisa, infatti, si terrà, alle ore 21, aperta a soci, simpatizzanti e quanti altri interessati, la presentazione del libro "Heysel: le verità di una strage annunciata" scritto dal giornalista juventino Francesco Caremani, autore di numerosi saggi sportivi ed oggi firma del Fatto Quotidiano, del Corriere Fiorentino (edizione toscana del Corriere della Sera), de "Il Calcio Illustrato" e di Radio Vaticana. Pubblicato per la prima volta nel 2003, riproposto poi in edizione aggiornata e disponibile anche in lingua inglese, è l’unica opera riconosciuta dall’associazione dei familiari delle vittime. Il libro ricostruisce quanto successo in quelle drammatiche ore ma soprattutto quello che accadde dopo, nei lunghi anni del processo che ha portato alla condanna di una dozzina di hoolingans del Liverpool, per pene dai 4 ai 5 anni di reclusione, aprendo uno squarcio anche sull’accertamento delle responsabilità indirette di Uefa e polizia belga, delle quali in Italia si è scritto poco o nulla. Dura ma sempre rispettosa nei confronti di ciascuno dei morti italiani, è una lettura che non può mancare sugli scaffali di un tifoso doc, sia esso bianconero o meno. Per l’occasione il Club ha ritrovato anche la pubblicazione che, un anno dopo la tragedia, fu realizzata dagli amici e dalla famiglia Martelli per ricordare Franco. Un opuscolo dove il dolore e il rimpianto per la prematura scomparsa si accompagna ai ricordi per l’amore sconfinato per la sua squadra del cuore. Lo stesso con il quale lo Juventus Club ha organizzato la serata del 23 novembre.

21 novembre 2018

Fonte: Iltamtam.it

Heysel - la verità di una strage annunciata

di Andrea Giannini

E’ un libro che fa male. Molto male. Soprattutto perché è scritto molto, troppo bene da Francesco Caremani, che con la dovizia del giornalista vero ma anche con il dolore e la partecipazione di chi, quella storia, in qualche modo l’ha vissuta. In prima persona, in parte, ma anche con il senso di responsabilità di stare accanto a chi, la verità, l’ha sempre ricercata. Heysel - La verità di una strage annunciata ripercorre con estrema precisione non solo quanto accadde quella maledetta notte di Bruxelles del 29 maggio 1985 quando, in occasione della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, 39 tifosi bianconeri morirono schiacciati e soffocati dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi e con la connivenza decisiva delle autorità e della polizia belghe. Un fatto di cronaca che ancora oggi fa male e crea imbarazzo a chi, sotto il falso nome dello sport, non ha avuto il coraggio di sospendere quel maledetto match (vinto dalla Juventus) e di andare a fondo verso la verità e la giustizia. Giustizia e verità. A dire il vero, qualcuno c’è andato: Otello Lorentini, padre di Roberto che morì in quella tragica notte cercando di salvare altre persone dalla furia cieca degli ultrà inglesi. Lorentini, accompagnato dall’emozionante quanto partecipata narrazione di Caremani, ripercorre tutte le tappe dal giorno in cui la tragedia si è verificata a tutti i passaggi successivi, attraverso anni di dure battaglie, vane attese, cocenti delusioni, ottusi silenzi ma anche importanti e significative vittorie, nella costante ricerca di giustizia e verità in nome del figlio Riccardo (NDR: Roberto) e delle altre 38 vittime innocenti. Le responsabilità. Il libro, con precisione, rigore e intransigenza ripercorre tutte le tappe processuali che si sono succedute negli anni dopo la tragedia. Un percorso lunghissimo che ha portato alla condanna dei responsabili (in primis, le autorità belghe ma anche quelle calcistiche del tempo) ma anche attraverso omissioni, insabbiamenti e depistaggi. Tutto perfettamente documentato nel libro, con la perizia del vero giornalista che cita fonti certe e attendibili, esprimendo opinioni ( e ci mancherebbe altro) se non dopo la dimostrazione oggettiva di fatti e passaggi realmente accaduti. Un atto d’amore. Come scritto nell’emozionante prefazione di Walter Veltroni "Questo libro è un grande atto d’amore verso trentanove innocenti, e un monito a non perdere la strada dell’umanità e della pietas". Per non dimenticare, neppure oggi, a più di trent’anni di distanza. E per insegnare alle nuove generazioni tolleranza, voglia di giustizia e amore per lo sport vero.

30 marzo 2017

Fonte: Andreagiannini.com

Heysel, a Viterbo la tragedia del 1985 raccontata da Francesco Caremani

L’aretino Francesco Caremani, giornalista e scrittore, autore di "Heysel. La verità di una strage annunciata", sarà a Viterbo giovedì 10 novembre nella sede della Ssd Il Signorino (Strada Signorino) per raccontare una delle storie più assurde del calcio moderno, la finale di coppa dei Campioni del 1985, Juventus-Liverpool, che portò in dote trentanove morti, lacrime e sangue. Caremani, da sempre in prima linea per la ricerca della verità e dei colpevoli, proprio grazie al suo libro è riuscito ad aprire le menti di molti, all’oscuro di una storia vissuta senza internet, nell’era in cui i telefonini e la tecnologia moderna erano progetti futuribili. "L’Heysel non è successo per caso - sottolinea Francesco Caremani - nel mio libro racconto le verità di quella strage che troppo spesso in Italia si è voluto cancellare e dimenticare perché scomode. Gli hooligans sono gli assassini materiali e con le loro cariche provocano il panico e la morte nel settore Z, ma Uefa e autorità belghe sono i mandanti morali di quella strage. Nel libro sono spiegate tutte le negligenze commesse e che hanno portato alla carneficina". La serata viterbese tornerà utile per ascoltare una storia di vita vissuta e per poter colloquiare in maniera amabile con l’autore.

3 novembre 2016

Fonte: Olimpopress.it - Ontuscia.it 

GORGONZOLA  LA SERATA ORGANIZZATA DA EXLIBRIS

A distanza di 31 anni, cosa resta dell’Heysel ?

Il lascito della serata con lo scrittore Francesco Caremani e col presidente dell‘ associazione dei familiari delle vittime Andrea Lorentini.

Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles morirono 39 persone che si erano recate in Belgio per vedere la finale di Coppa dei Campioni, la "partita del secolo" tra Liverpool e Juventus. Il background storico era chiaro ai più, ma la serata di venerdì 14 ottobre organizzata da Exlibris con lo scrittore Francesco Caremani, autore del libro "Heysel, le verità di una strage annunciata", e con il giornalista e presidente dell’associazione dei familiari delle vittime Andrea Lorentini, è stata un’ottima occasione per approfondire quello che è veramente successo quella sera e quelli che sono stati gli sviluppi successivi. Caremani ha presentato il suo libro grazie a delle slide dove si ripercorrevano i punti principali della vicenda. La scelta dello stadio, mai così miope da parte della Uefa, la volontà di creare un nuovo settore, il famigerato settore Z, separandolo dalla curva degli hooligans inglesi solo con una rete di metallo. Poi l’assalto, secondo la tecnica del "take an end" (prendi la curva), conosciuta dagli inglesi ma non dalle famiglie che popolavano il settore Z. Quindi il drammatico tentativo di fuga e il muretto che cade, creando una calca mortale che toglierà la vita a 39 persone, di cui 32 italiane. "Questi sono i fatti ha chiarito Caremani dopo aver raccontato lo svolgimento della vicenda si dicono tante cose e spesso mi trovo a parlare con tifosi che sbandierano verità false e ideologiche". C’è stato anche un post Heysel, ovviamente molto duro per tutte le famiglie coinvolte. Il protagonista della vicenda è stato Otello Lorentini che il 29 maggio 1985 si recò allo stadio con il figlio Roberto e i nipoti. Nella tragedia perse la vita Roberto, medico aretino che stava provando a salvare la vita ad un ragazzo nel settore Z. La volontà di Otello non è mai stata quella di cercare la vendetta contro qualcuno, ma bensì quella di ottenere giustizia per il figlio e per le altre vittime. Ci riuscì, visto che il processo andato in scena in terra belga vide la storica condanna della Uefa, l’organizzatrice dell’evento. Cosa fa l'associazione ? Il lavoro dell’associazione non è stato mai facile, Caremani durante la serata ha ricordato come il processo fosse snobbato dai media italiani e Otello dovesse telefonare alle redazioni dei quotidiani nazionali per comunicare l’andamento del processo. Incredibilmente nessuno seguiva il procedimento contro la Uefa con l’attenzione dovuta. Incredibile sì, ma fino a un certo punto se si pensa che la stessa Juventus ha sempre avuto difficoltà a trattare il tema. "Per noi dell’associazione la Juve ha perso l’ultima opportunità lo scorso anno in occasione del trentennale - ha spiegato Andrea Lorentini, figlio di Roberto e nipote di Otello che ha preso le redini dell’associazione dopo la morte del nonno -, ora collaboriamo con il Coni e con la Federazione, ma con la società bianconera no". Il percorso non è stato facile. Nel 2000, durante gli Europei, la delegazione italiana portò una targa di ricordo delle vittime allo stadio, nel frattempo diventato "Re Baldovino". Nel 2005 invece dall’urna dei sorteggi di Champions League uscì il quarto di finale tra Liverpool e Juventus. Ad Anfield andò in scena una pietosa commemorazione posticcia. "Il miglioramento è avvenuto nel 2015. A novembre c’è stata l’amichevole tra Belgio e Italia a Bruxelles e noi dell’associazione eravamo in tribuna - ha spiegato Lorentini - ora siamo pronti a collaborare".

Il mancato dialogo con la Juventus

Già, ma allora perché con la Juve non si riesce proprio ? Il comportamento della società torinese da quel 29 maggio in poi è sempre stato oggetto di polemiche. I giocatori sapevano ? Perché giocarono nonostante i 39 cadaveri sdraiati nel parcheggio dello stadio?  Perché festeggiarono il gol su rigore di Platini ? Perché esposero trionfalmente la coppa appena arrivati a Caselle ? "E’ stato detto tanto - ha raccontato Caremani - la verità è che i giocatori sapevano quello che era successo prima di entrare in campo. Poi successe che il presidente Giampiero Boniperti impose loro di dire che erano all’oscuro di tutto, perché temeva che la vittoria della squadra potesse perdere valore sportivo". Su questo punto Boniperti e Lorentini hanno litigato per anni. Fu giusto giocare ? "Si giocò per una questione di ordine pubblico, ciò che fu insopportabile fu l’esultanza di Platini e la coppa mostrata all’arrivo a Torino". Non ci si è mai riavvicinati: "Ho parlato per due ore con Andrea Agnelli un giorno - spiega Andrea Lorentini - e speravamo che con lui si potesse fare qualcosa. Poi l’anno scorso ci hanno proposto un monologo teatrale sulla vicenda, con un testo riveduto dalla società dove Platini piange sotto il settore Z dopo aver segnato il rigore decisivo. Per noi è finita lì". Il pubblico, molto interessato, tant’è che al termine della serata Caremani e Lorentini si sono dovuti fermare per quasi un’ora a rispondere alle molte curiosità, ha partecipato al dibattito sollevando alcune questioni interessanti. Particolarmente importante è stata anche la testimonianza di un tifoso che nel 1985 si trovava a Bruxelles ma, per sua fortuna, non nel settore Z ma nella curva del tifo organizzato juventino. Se ora le finali organizzate dalla Uefa sono eventi da sogno lo si deve anche alla battaglia, fatta con grandissima dignità, di Otello Lorentini. Non voleva vendetta, voleva solo giustizia per il figlio che aveva visto morire per una partita di calcio, e ha dato il suo contributo per un calcio migliore. (df)

? ottobre 2016

Fonte: Radar N.38 (Settimanale di Gorgonzola) 

Grande partecipazione ieri sera a Gorgonzola per la serata/incontro con Francesco Caremani e Andrea Lorentini. Si è parlato di Heysel, memoria, educazione civico-sportiva. Un sentito ringraziamento all'associazione culturale Exlibris 12, al comitato genitori Montalcini, al comitato genitori Molino Vecchio e alla città di Gorgonzola.

18 ottobre 2016

Francesco Caremani

Heysel 1985, la strage annunciata

di Giovanni Zambito

Fattitaliani intervista Francesco Caremani: "Heysel, una strage: Uefa e Belgio i mandanti e gli hooligans gli assassini".

La strage dell'Heysel fu una tragedia accaduta il 29 maggio 1985, poco prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio tra Juventus e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles nel settore Z, in cui morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e oltre 600 rimasero ferite. Tante le cose che sono state dette e contraddette nel corso degli anni e a distanza di più di trent'anni la verità dai più non è conosciuta. Il giornalista Francesco Caremani ha pubblicato il volume "Heysel, le verità di una strage annunciata" (Bradipolibri nella collana Arcadinoè, pagg. 248, €15). Di recente, l'autore ne ha parlato ad Arezzo davanti a studenti del liceo Francesco Redi, della scuola europea 3 di Bruxelles e del liceo Primo Levi di Torino nell'ambito del progetto "Un pallone per la memoria". Fattitaliani lo ha intervistato.

Sintetizzare è complesso, ma quali sono "le verità" che hanno reso "annunciata" la strage dell’Heysel ?

"L’Uefa che insieme alle autorità, sportive e politiche, belghe ha scelto uno stadio fatiscente e inappropriato per la finale di Coppa dei Campioni. L’ordine pubblico completamente disorganizzato da parte del Belgio e l’inadeguatezza del numero di poliziotti all’interno dello stadio. L’aver diviso il settore Z da quelli X e Y per vendere più biglietti e quindi mettere le famiglie dei tifosi italiani vicino agli hooligans del Liverpool".

Quali sono state, invece, le bugie più clamorose?

"Quella più clamorosa è scritta nelle autopsie (fasulle), dove si certificava che 39 persone erano morte tutte accidentalmente intorno alla mezzanotte, quando verso le 20 erano già decedute. Che i calciatori non sapevano dei morti invece ne erano a conoscenza. Infine che è stata una tragedia, l’Heysel è stata una strage, con mandanti (Uefa e Belgio) e assassini (hooligans)".

C’è qualcuno che ha pagato per quello che è successo ?

"Alcuni hooligans del Liverpool, il capitano della polizia belga responsabile della sicurezza allo stadio, ma soprattutto l’Uefa, condannata in appello e Cassazione".

Quali provvedimenti sono stati presi allora ? Sono ancora in vigore ?

"La condanna dell’Uefa è storica, ha fatto giurisprudenza, rendendola per sempre corresponsabile delle manifestazioni che organizza. Per quanto riguarda la sicurezza negli impianti sportivi i provvedimenti più importanti sono stati presi alcuni anni dopo, soprattutto in Inghilterra".

Perché ha deciso di scrivere il libro ?

"Perché me l’ha chiesto Otello Lorentini, che all’Heysel ha perso l’unico figlio Roberto, medico, medaglia d’argento al valore civile per essere morto tentando di salvare un connazionale, poi presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime che, da solo contro tutti, ha fatto condannare l’Uefa".

Ci sono state in passato altre inchieste simili sull’argomento ?

"Prima della mia no, anche perché si voleva silenziare i familiari delle vittime. Dopo la mia, che è stata la prima al mondo, tante".

Come si è mosso nella ricerca delle fonti ? Con chi ha parlato ?

"Be’ la voce narrante del mio libro è Otello Lorentini, prima presidente poi memoria storica dell’Associazione tra i familiari, aveva conservato tutto: documenti, trasmissioni televisive, articoli dell’epoca, tutto. Lui e i suoi documenti sono stati le mie fonti".

Conosceva personalmente alcune vittime o i loro familiari ?

"Roberto Lorentini era un amico di famiglia e collega di mio padre, una grande perdita per tutta la nostra comunità. Era una persona straordinaria".

In tutto questo che figura ci fanno il Belgio, la Juve e il Liverpool ?

"Il Belgio pessima perché era colpevole e non ha pagato, perché non ha mai ricordato quella strage e perché ancora oggi cerca di cancellarne i luoghi. Juventus e Liverpool hanno avuto comportamenti sbagliati dei quali non vanno fieri nemmeno oggi, per questo rifuggono scioccamente la memoria e le verità processuali di quello che è accaduto. Più grave alla fine il comportamento della società inglese che non ammette, dopo trentuno anni, le gravi responsabilità dei propri hooligans".

Se ci fosse stato internet a suo tempo, sarebbe cambiato molto ?

"Tutto, dall’informazione alla comunicazione, alla partita, al peggio che si può immaginare".

Quando parla dell’argomento raccontando come sono andati i fatti, quale reazione è la più comune fra il pubblico ?

"All’inizio diffidenza e incredulità, poi rabbia, emozione, commozione e infine consapevolezza".

6 ottobre 2016

Fonte: Fattitaliani.it

"La memoria dell’Heysel - I fatti, le responsabilità", è questo il titolo dell’intervento che farò all’interno della tavola rotonda "Oltre le frontiere: sport, memoria e fair play", alla quale prenderanno parte: Lucia Tanti, assessore allo Sport del Comune di Arezzo, Anselmo Grotti, dirigente scolastico, Andrea Lorentini, presidente Associazione fra i familiari delle vittime dell’Heysel, Piero Ferruzzi, presidente Panathlon Club Arezzo e Francesco Graziani, campione del mondo 1982. Parteciperanno anche gli studenti del liceo di Arezzo, sezioni sportivo e linguistico, del liceo sportivo Primo Levi di Torino e dell’Ecole Europeenne di Bruxelles.

22 settembre 2016

Francesco Caremani

   PREMIO OVERTIME 2016 a Francesco Caremani  

Più che il premio, poté la motivazione ‪#‎Heysel: "Un giornalismo coraggioso e di denuncia può rappresentare uno degli antidoti ai veleni del calcio. Lontano da logiche facili e comode, con le sue parole Francesco contribuisce a gettare il seme della vera cultura sportiva".

Heysel, 31 anni dopo

Francesco Caremani: "Dovevo essere lì. Invece oggi ne scrivo, per non dimenticare, mai"

di Marco Bonomo

Francesco Caremani doveva essere all'Heysel quel 29 maggio 1985. Un brutto voto in latino però non gli fece vincere la scommessa con papà, così niente finale come premio. Lui, nato ad Arezzo, amico della famiglia Lorentini, di Otello e Roberto, che invece a Bruxelles ci andarono. Roberto però non sarebbe più tornato: è uno dei 39, morto per una partita di calcio, morto a 31 anni da eroe perché dopo aver salvato papà Otello tornò indietro per cercare di soccorrere altre persone: era un medico, non ce la fece. Otello trasformò quel dolore incalcolabile in una battaglia civile, creando un'associazione dei familiari delle vittime per ottenere giustizia:

"Otello non voleva vendetta - racconta ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com - non gli interessava nemmeno sapere quanti anni di galera avrebbero scontato gli assassini: voleva che un tribunale dimostrasse le responsabilità delle autorità". Ci riuscì nel 1991, dopo un processo che in primo grado aveva assolto tutti ma che alla fine vide la condanna della Uefa e delle autorità belghe. "Un giorno Otello mi disse: vorrei che tu scrivessi quella che è stata la mia vita, le mie verità. Verità al plurale: perché la verità è un concetto che ha un alone mistico che non mi si addice, mentre parlare di tante verità significa andare a cercare cause e responsabilità, per riportarle alla memoria e per evitare che vengano dimenticate. E invece questa vicenda è stata dimenticata per tantissimi anni: questo vuoto ha acuito il dolore dei familiari delle vittime, tant'è che alcuni non fanno parte dell'associazione che è stata rifondata recentemente da Andrea Lorentini, nipote di Otello e figlio di Roberto. Alcuni non hanno più voglia di combattere. Negli ultimi anni però c'è stata una presa di coscienza da parte di tutti, mi piace pensare che sia in parte anche merito del mio libro (Le verità sull'Heysel. Cronaca di una strage annunciata. Libri di Sport, 2003). La partita fu giocata per evitare di peggiorare la situazione, forse fu l'unica decisione sensata di quella sera. La Juve stava già andando via, ma per evitare che Bruxelles si trasformasse in un campo di battaglia fu chiamata a tornare indietro. Una decisione che all'inizio nemmeno Otello capì, con il cadavere di suo figlio accanto: "qui sono tutti matti". Poi però si rese conto che era l'unica soluzione per evitare l'imponderabile. Perché il ponderabile, purtroppo, era già successo. Incredibile come sia stato permesso che le famiglie di italiani venissero sistemate nel settore Z. Un settore che in realtà faceva parte della curva occupata dagli hooligans e che era un'unica area: XYZ. Nei biglietti degli italiani erano cancellate col pennarello le lettere X e Y, in quegli degli inglesi la Z. La causa scatenante fu l'attacco degli hooligans, che però vennero messi nelle condizioni ideali per sferrarlo. E il concetto di hooligans va al di là della nazionalità, del tifo: è pura violenza. Perché in altri settori c'erano inglesi e italiani che si scambiavano sciarpe e si fotografarono insieme. Capire come quei biglietti, venduti solo per guadagnare, siano finiti in mano agli italiani, è forse una delle uniche cose che non sono riuscito a sviscerare e approfondire bene. Oggi, con Andrea Lorentini andiamo spesso nelle scuole: perché la memoria va allenata ogni giorno. Non è facile, perché parliamo di qualcosa che i ragazzi non hanno vissuto. Ma ora che Otello non c'è più mi sento ancora più in dovere di portare una testimonianza". E pensare che questi ragazzini hanno l'età di Giuseppina Conti, un'altra vittima di Arezzo, la seconda più giovane dei 39. Aveva 17 anni e a differenza di Francesco andava bene a scuola: per questo papà Antonio le regalò la finale di Coppa dei Campioni. La ritrovò in mezzo alla calca, avvolta in una bandiera. "Il dolore che ho scorto nello sguardo di Otello e Antonio è come un pozzo senza fondo, che ti spegne l'anima". Giuseppina non ce la fece, altri sì e si ritrovarono soltanto alle 4, alle 5, alle 6 del mattino, dopo aver bussato nelle case dei belgi per chiedere di fare una telefonata in Italia. Molti ricevettero una porta chiusa in faccia, altri spesero tutti i soldi per chiamare dai telefoni pubblici". Una guerra, per una partita di calcio. 31 anni dopo e negli anni ancora a venire, è un dovere ricordare, è naturale che il rispetto venga dato anche senza essere chiesto. E il ricordo passa dalla testimonianza, dopo essere passato attraverso la giustizia. Perché non si verifichino mai più simili tragedie nel calcio; perché il calcio resti soltanto un gioco: bellissimo, intenso, sofferto, sentito. Ma mai violento. E affinché quel (+)39 sia un monito, un numero tatuato nel cuore di ogni tifoso che ama questo sport. Perché amore e odio, quindi violenza, non potranno mai andare di pari passo..

29 maggio 2016

Fonte: Gianlucadimarzio.com

7 maggio Heysel a Cortona

Aula Magna "Domenico Petracca" - Istituto Angelo Vegni Capezzine. Francesco Caremani presenta HEYSEL LE VERITA' DI UNA STRAGE ANNUNCIATA in occasione dell'evento: LA TRAGEDIA DELL¹HEYSEL LA TESTIMONIANZA DI UN RICORDO PER EDUCARE AL FAIR PLAY.

Una iniziativa per ricordare una delle tragedie più gravi del mondo dello sport, quella dello stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus nel 1985 in cui morirono 39 tifosi tra cui 32 italiani. Il Comune di Cortona assieme all¹Istituto Angelo Vegni di Capezzine e all'Associazione Panathlon International e all'Associazione Familiari Vittime dell'Heysel organizza per sabato 7 maggio proprio presso la scuola di Capezzine (Aula Magna) alle ore 10 un incontro testimonianza che sfocerà nella Firma del Protocollo di Partecipazione "Sport in rete nella comunità" e nella Consegna agli alunni del Vegni della "Carta dei diritti delle ragazze e dei ragazzi e dei doveri dei genitori nello sport". Questo il programma : Maria Beatrice Capecchi (DIRIGENTE SCOLASTICO I.S.I.S. "ANGELO VEGNI") - Giorgio Cerbai (DELEGATO PROVINCIALE C.O.N.I.) - Andrea Bernardini (ASSESSORE ALLO SPORT E POLITICHE SOCIALI - COMUNE DI CORTONA) Lo Sport in rete nella comunità - Francesco Caremani (GIORNALISTA E SCRITTORE) Heysel - Le verità di una strage annunciata - Andrea Lorentini (PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE FRA I FAMILIARI DELLE VITTIME DELL'HEYSEL) Heysel: il valore della memoria per educare i giovani ai veri valori dello sport - Piero Ferruzzi (PRESIDENTE ASS. PANATHLON CLUB AREZZO) Diritti e doveri di ragazzi e genitori: un impegno comune in favore dell'etica sportiva - Gioiello Gori Testimonianza. MODERA L'INCONTRO Andrea Fioravanti docente dell'Istituto Angelo Vegni Capezzine.

"Ciao Francesco buongiorno. Innanzitutto inizio col dirti che è stato un piacere grande conoscerti di persona. Poi ti faccio i miei complimenti per come hai saputo raccontare e coinvolgerci tutti quanti nel tuo racconto della Strage dell'Heysel. Sono stato attentissimo quando hai parlato e sei riuscito a farmi emozionare e commuovere. Sono sempre stato un grande tifoso juventino, ma ieri ascoltandoti ho scoperto e capito di saperne ben poco relativamente a quella tragica notte. Ognuno di noi invece deve prenderne maggiore coscienza, non dimenticare e rispettare sempre quelle vittime e le loro famiglie. Ed è grazie a persone come te se la gente riuscirà a fare questo". Stefano

7 maggio 2016

Fonte: Bradipolibri.it

 L'ARTICOLO PREMIATO ALLA SERATA DEGLI OSCAR DEL GIORNALISMO di ABU DHABI 

Che cosa resta dell'Heysel, trent'anni dopo

di Francesco Caremani

Trent'anni fa la tragedia sugli spalti dello stadio belga prima della finale di Coppa Campioni tra Liverpool e Juventus. I silenzi, gli imbarazzi e la lotta dei sopravvissuti in questi anni.

Otello è morto l’anno scorso, di maggio come Roberto, il suo unico figlio deceduto nella strage dell’Heysel il 29 maggio 1985. Era un giovane e bravo medico di Arezzo, Roberto, tifoso della Juventus, era stato ad Atene nel 1983 (quando a sorpresa l’Amburgo vinse la coppa dalle grandi orecchie), a Basilea nel 1984 (quando contro il Porto i bianconeri conquistarono la Coppa delle Coppe) e a Bruxelles ci andò, come sempre, col padre e i due cugini, Andrea e Giovanni. Un viaggio che doveva essere una festa, la finale del secolo (come fu ribattezzata allora) contro il Liverpool che si trasformò nella tragedia del secolo e nella definitiva perdita dell’innocenza del calcio mondiale. Roberto era salvo, nonostante la calca e le cariche degli hooligan del Liverpool, ma si lanciò in mezzo all’inferno per tentare di salvare un connazionale (molto probabilmente Andrea Casula, 11 anni, la vittima più piccola) con la respirazione bocca a bocca, gesto che gli è stato fatale e che oggi una medaglia d’argento al valor civile appesa nel salotto di via Giordano Bruno 51 ricorda.

A Bruxelles, nel fatiscente stadio Heysel, il 29 maggio 1985 morirono 39 persone, 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un nordirlandese. Uccisi dagli hooligan inglesi, ubriachi all’inverosimile (tanto che avevano messo a ferro e fuoco la Grand Place poche ore prima) e armatisi in un cantiere adiacente l’impianto che era in ristrutturazione, con la responsabilità dell’Uefa e delle autorità sportive e politiche belghe, che non si curarono di scegliere uno stadio sicuro e che organizzarono cialtronescamente l’ordine pubblico. Senza dimenticare che il settore Z sarebbe dovuto essere completamente appannaggio del tifo neutrale accanto alla marea inglese, invece molti di quei biglietti furono venduti dai bagarini in Italia a prezzi maggiorati e per 39 angeli si rivelarono di sola andata. Angeli delle famiglie e delle comitive che entrarono in quello spicchio di stadio dopo una fila di quasi tre ore passando da una porta larga 80 centimetri, l’unica via di fuga che diventerà di fatto inaccessibile. Angeli impreparati all’improvviso lancio di oggetti contundenti, ai pochi (circa sei) poliziotti che scappano, alla rete da giardino che li divideva e che viene giù in un secondo, alle cariche continue, impreparati a morire per una partita di calcio. Partita che si gioca lo stesso, decide l’Uefa insieme al Belgio. Non sanno più cosa fare e devono evitare altri morti. Si gioca per chiamare l’esercito (arriveranno i carri armati), si gioca per una questione di ordine pubblico e si assegnerà la Coppa dei Campioni perché così hanno voluto quelli del Liverpool. Non è un’amichevole, ma diventa una farsa perché si gioca mentre i 39 corpi sono ancora lì, in fila sotto la curva Z ridotta a un campo di battaglia, in cui gli hooligan hanno irriso i morti prima che li portassero via. Si gioca sapendo, come ha sempre confermato Stefano Tacconi, portiere di quella Juventus.

Otello Lorentini non poteva accettare di avere perso l’unico figlio (assunto dall’ospedale di Arezzo con lettera datata 29 maggio 1985) per una partita di calcio, così, su consiglio di un avvocato, fondò l’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles per portare davanti a un giudice i responsabili della strage che ha cambiato per sempre il football. Un processo lungo, difficile, condotto in solitudine, quella solitudine che è durata decenni e che in parte dura ancora, perché ricordare l’Heysel da fastidio a tanti, ricordare quello che è accaduto, le colpe, i comportamenti durante e dopo, soprattutto dopo, non è cool, in particolare oggi dove imperversano il gossip e il patinato, dove si scrive e si parla sempre meno di calcio. L’Heysel fa parte della nostra storia, anche sportiva, e ogni 29 maggio è lì a ricordarcelo, nonostante le amnesie, che vengono a galla quando nei nostri stadi o nelle adiacenze accade qualcosa di violento (inaspettato ?), allora tutti a sciacquarsi la bocca con la strage di Bruxelles, senza sapere, senza essersi documentati, tutti a citare la Thatcher e fare figure meschine, perché chi sa non confonde. Gli inglesi non hanno messo mano al loro football dopo l’Heysel bensì dopo Hillsborough e ancora oggi, sono passati 26 anni, non conoscono la verità e le cause che hanno determinato la morte di 96 tifosi del Liverpool; non sanno che la tragedia di Hillsborough è figlia dell’Heysel, perché gli inglesi hanno preferito polemizzare, inventare scuse, arrabbiarsi per la squalifica dei club dalle coppe europee, mettendo la testa sotto la sabbia. Mai risveglio è stato più drammatico. Se avessero imparato la lezione, quella che nessuno, soprattutto in Italia, pare aver imparato, forse Hillsborough sarebbe rimasto solamente il nome di uno stadio.

E la Juventus ? Una messa nel 2010 e una messa quest’anno, nel mezzo uno spazio dentro il Museum bianconero con targa e nomi, di più nemmeno Andrea Agnelli sembra capace di fare, il primo presidente che ha intrapreso, con difficoltà, un percorso verso la rinata Associazione fra i familiari delle vittime dell’Heysel, presieduta da Andrea Lorentini, figlio di Roberto e nipote di Otello, vice presidente Emanuela Casula che all’Heysel ha perso il padre e il fratello, Giovanni e Andrea. Rinata anche per difendere la memoria dei propri cari, vituperati e ignominiosamente offesi negli stadi italiani da trent’anni, cori sanzionati per la prima volta nel 2014, la perdita di memoria genera mostri come il sonno della ragione. Non c’è, infatti, una memoria condivisa e in troppi preferiscono cullare il proprio Heysel dimenticandosi dei familiari delle vittime e di quei 39 morti, quasi fossero un ostacolo per ammirare una coppa. L’Heysel sarebbe dovuta diventare la Superga bianconera, con tutte le differenze che in troppi banalmente sottolineano: un momento di comune condivisione di un ricordo che non potrà mai essere cancellato, dalle nostre memorie e dalle nostre coscienze. Senza dimenticare che a Bruxelles sono morti tre interisti, come Mario Ronchi che andò con gli amici, forse quando l’amicizia era più importante del tifo. Per questo l’Heysel dovrebbe essere, come Superga, una tragedia italiana non solo juventina, ma Lega e Figc hanno brillato meno della Juventus in questi trent’anni e mai hanno tentato di ricordare e di commemorare i 39 angeli di Bruxelles. Qualche settimana fa l’Associazione ha chiesto il ritiro (simbolico) della maglia azzurra numero 39, simbolico perché quel numero di maglia in Nazionale non esiste, gesto accolto con scetticismo e critiche dall’opinione pubblica, si sa i parenti delle vittime si preferiscono silenziosi e discreti, quando reclamano rispetto e memoria vengono attaccati e stigmatizzati, perché, come ha detto Paul Valéry, "quando non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore". E pare proprio una gara quella che in questi ultimi mesi ha tentato di sminuire l’autorevolezza dell’Associazione fra i familiari delle vittime dell’Heysel e di chi li ha sostenuti e accompagnati in tutti questi anni.

Ma allora cosa resta dell’Heysel ? C’è stata giustizia ? Come ha sempre detto Daniel Vedovatto, l’avvocato italo belga dei familiari italiani, in quelle condizioni e con il diritto che all’epoca vigeva in Belgio è stato ottenuto il massimo: condanna dell’Uefa, di un capitano di polizia, dei pochi hooligan rintracciati e risarcimenti, che nessuno ha mai chiesto. Forse qualcuno s’è perso, ma la condanna dell’Uefa, resa corresponsabile delle manifestazioni che organizzava e che organizza è storica, ha fatto giurisprudenza e ha cambiato per sempre il football europeo, soprattutto le coppe, esigendo severi requisiti di sicurezza per gli stadi delle finali e non solo. Se non ce ne siamo accorti è perché ce ne siamo dimenticati. Trent’anni sono una vita, un vuoto incolmabile e recuperare terreno è quasi impossibile. Resta la forza di Otello Lorentini che ha guidato i familiari delle vittime italiane contro i migliori avvocati d’Europa, la forza che l’ha spinto a citare direttamente l’Uefa nel processo, dopo che in primo grado erano stati tutti assolti, restano i volti, le immagini, i ricordi, i sogni, i sorrisi e il terrore di 39 persone che sono morte dentro uno stadio per vedere una partita di calcio. Li sentite ? Stanno sussurrando qualcosa: "La storia (dell’Heysel) siamo noi, nessuno si senta offeso".

26 Maggio 2015

Fonte: Il Foglio.it

Il sindaco Ghinelli sul premio a Francesco Caremani

"Plauso a Francesco Caremani, terzo agli

Oscar del giornalismo sportivo mondiale"

"Desidero esprimere, a nome dell’amministrazione comunale, le congratulazioni a Francesco Caremani classificatosi terzo agli Oscar del giornalismo sportivo mondiale che si sono svolti di recente ad Abu Dhabi. Il giornalista aretino ha dunque portato, con la sua professionalità, il nome della nostra città nel mondo. I motivi del premio sono da rimarcare: la giuria, tra oltre cento lavori, ha ritenuto meritevole del podio l’articolo "Che cosa resta dell’Heysel, trent’anni dopo": Francesco Caremani si è così confermato tra i più competenti esperti della tragedia avvenuta pochi momenti prima della finale della Coppa dei Campioni fra Juventus e Liverpool e nella quale persero la vita due concittadini. Nei decenni, grande è stato il suo impegno per ricostruire quelle pagine drammatiche e per arrivare a una verità tanto dolorosa quanto scomoda. Il ricordo di quanto avvenuto dovrebbe fare da monito: perché lo sport è gioia, rispetto reciproco e sana competizione. Valori che, purtroppo, vengono ancora calpestati in nome di una violenza ingiustificabile".

12 gennaio 2016

Fonte: Informarezzo.com

Memoria nel deserto

di Nereo Ferlat

Oggi in quel di Abu Dhabi c’era anche un po’ d’Italia alla premiazione degli Sports Media Pearl Awards. L’amico Francesco Caremani di Arezzo si è classificato al terzo posto con l’articolo "Che cosa resta dell’Heysel trent’anni dopo", pubblicato sul Foglio il 26 maggio scorso a cavallo del trentennale... Per una volta il pallone è stato messo in secondo piano e grazie allo stile di Francesco che, alimentato dal compianto Otello Lorentini, ha scritto di Heysel riuscendo in modo mirabile a riempire tutte le parti di quella tragedia, come un puzzle, nel quale oltre quello che è successo il 29 maggio 1985, con ricordo di quelle 39 vittime innocenti, ha anche scritto del processo e della storica sentenza in cui l’Uefa venne condannata e ritenuta responsabile da quella sentenza degli incidenti negli stadi, cosa che prima era a carico della società organizzatrice dell’evento. Francesco non si ferma solo allo scritto ma va ramingo eroe dove lo chiamano per una testimonianza, percorrendo in lungo ed in largo lo stivale. Perché parlare ad una platea di giovani che non sanno cosa è stato l’Heysel è un modo di tenere sempre allenata la memoria, scongiurando il pericolo dell’oblio… Ben vengano persone così !

18 dicembre 2015

Fonte: Juwelcome.com

Presentazione di un libro-inchiesta

"Heysel Le verità di una strage annunciata"

di Ivan Cuconato

Il 26 maggio scorso si è tenuta, presso la Sala Giunta di Piazza Europa, un'interessante serata cultural-sportiva organizzata dalla Bradipolibri in collaborazione con l’Assessorato allo Sport del Comune di Caselle Torinese. L'editore torinese Luca Turolla ha portato nella nostra cittadina lo scrittore aretino, e giornalista sportivo, Francesco Caremani, autore del libro-inchiesta "Heysel Le verità di una strage annunciata", nell'occasione del trentennale di quella maledetta serata, 29 maggio 1985, che da festa dello sport e potenziale gioia per il popolo bianconero si trasformò in un girone dantesco. L'impegno e la passione dell'autore avrebbero meritato un pubblico numericamente più degno, mentre i presenti erano solo una decina: peccato. I casellesi hanno perso un'occasione. Ad aprire l'appuntamento l'assessore allo Sport Angela Grimaldi "Quella serata mi colpì molto e mi è rimasta impressa nella mente. Ero una ragazzina e la mia famiglia si era riunita per assistere ad un evento sportivo gioioso che si è invece trasformata in un'assurda tragedia". Dopodiché, la parola è passata all'autore Francesco Caremani: "lo quella sera dovevo essere a Bruxelles per assistere alla partita. Ero un ragazzo, tifoso della Juventus, e sarei dovuto partire in compagnia di amici di famiglia: dovetti rinunciare alla finale perché persi una scommessa scolastica con mio padre. Invece Giuseppina Conti, una mia concittadina ed una ragazza anche lei, all'Heysel ci andò proprio per premio e morirà avvolta nella bandiera juventina come sudario. Questo libro quindi, oltre ad essere un lavoro ovviamente professionale, per me è anche un lavoro personale. Due furono le vittime aretine di quella serata di lucida follia: l’altro ragazzo ucciso era Roberto Lorentini medaglia d'argento al valor civile ed un amico di famiglia. Quella sera all'Heysel non ci fu sport: ben 39 persone persero la vita. Sono passati trent'anni e si rischia di perdere la memoria di ciò che successe in quella bolgia. Di quelle vittime, 32 erano italiane: perché non si parla mai con i loro familiari, prima che sia troppo tardi ? Forse la stiamo già perdendo la memoria. Il calcio inglese è cambiato, perché quello italiano no ? In realtà le cose nel Regno Unito sono cambiate non proprio dopo I'Heysel ma dopo le 96 vittime di Hillsborough e che vide coinvolto ancora il Liverpool ed i suoi tifosi. Le similitudini con la tragedia di Bruxelles sono imbarazzanti. Ora Liverpool ha il suo Memory Day, mentre a Torino perché non si può commemorare l'Heysel o la tragedia di Superga con il rispetto dovuto ?". Il giornalista passa quindi ad analizzare le cause di quella tragedia: "l colpevoli di quella strage sono molteplici. Partiamo con l’Uefa che ha scelto uno stadio sbagliato, fatiscente, un cantiere aperto. La disorganizzazione regnò sovrana: nel famigerato Settore Z non ci dovevano essere tifosi italiani invece i bagarini vendettero i biglietti a famiglie italiane che si ritrovarono a stretto contatto con gli hooligans inglesi ubriachi: a dividere i settori cinque o sei poliziotti. I tifosi del Liverpool trovarono nel cantiere dello stadio spranghe, bastoni, pietre, mattoni. Fu un massacro. Molti morirono per soffocamento o schiacciamento causato dal panico generato dall'attacco. La polizia belga numericamente insufficiente ed impreparata, i soccorsi lentissimi, autopsie farsa. Al processo di 1° grado tutti assolti, poi le condanne a, solo, 14 hooligans: una farsa. Otello Lorentini, papà di Roberto, fondatore dell'associazione dei familiari delle vittime, decide con i legali di citare l’Uefa per responsabilità nell'accaduto: una scommessa, rischiosissima, ma vinta. Allora l’Uefa non era responsabile della sicurezza degli eventi che organizzava: se i tifosi bianconeri potranno andare a Berlino per assistere alla finale con il Barcellona con i biglietti nominativi, lo devono alla tenacia di Otello". Caremani chiude la serata con una critica alla Juventus: "Nel trentennale della tragedia, i parenti, la gente, i tifosi, si aspettavano qualcosa di più dalla società".

Luglio 2015

Fonte: Cose Nostre (Mensile)

Quei 39 morti dell’Heysel hanno ancora molto da dirci

di Alfio Quarello

Bollengo, sulla tragedia della finale di Coppa campioni il libro bibbia di Caremani. Dalle responsabilità della dirigenza juventina alle zone d’ombra del settore Z.

BOLLENGO. Nel trentennale della tragedia dell’Heysel, dove morirono 39 persone poco prima dell’inizio della finale di Coppa campioni tra il Liverpool e la Juventus, alcune istituzioni del Canavese, tra cui il Comune di Bollengo, hanno ospitato in questi giorni Francesco Caremani, scrittore e giornalista aretino, autore del libro Heysel: una strage annunciata, edito da Bradipolibri. Libro definito dall’associazione delle famiglie delle vittime la bibbia dell’Heysel, per la minuziosa ricostruzione di quanto accaduto in quella notte. La vita di Caremani è legata a doppio filo a quel 29 maggio 1985 che non lo vide spettatore solo per un caso fortuito. "Dovevo andare anch’io a Bruxelles insieme a un amico, ma presi un brutto voto in latino e per punizione i miei genitori mi fecero rimanere a casa". Dall’opera di Caremani, un libro che non fa sconti a nessuno e che l’autore consiglia di "non leggere prima di andare a dormire", la dirigenza juventina dell’epoca non ne esce molto bene. "La cosa che imputo maggiormente alla società è di aver ostentato troppo quella Coppa e di non essere stata presente a fianco dei familiari delle vittime durante gli anni del processo". Processo dove venne fatta una giustizia sommaria. Gli hooligans la fecero franca così come il Belgio che non poteva condannare le proprie istituzioni (pagò solo il capo della polizia) mentre fu condannata la Uefa. In verità, una zona d’ombra nel libro è rimasta e riguarda i biglietti del settore Z, quello incriminato. Vista la divisione dello stadio che, parole di Caremani "oggi non sarebbe omologato neanche per partite di Terza categoria", quel settore era destinato a un pubblico neutrale. E allora perché quei biglietti sono finiti ai sostenitori della Juventus ? Bagarinaggio ? Molto probabile. Ma quella partita si doveva proprio giocare dopo quello che era successo ? "A posteriori - dice ancora Caremani - va affermato che far giocare la partita fu necessario per ragioni di sicurezza, e che una volta in campo, le due squadre giocarono per davvero, con il Liverpool che, se avesse vinto, avrebbe tranquillamente festeggiato. D’altra parte è ormai assodato, dalle parole di Tacconi e Rossi, che i giocatori della Juventus fossero al corrente della tragedia prima di scendere in campo". Oggi, vista la violenza negli stadi, si può presumere che l’Heysel non abbia insegnato niente. "A ben guardare è così ma io continuo ad avere un minimo di speranza che quei 39 morti possano ancora insegnarci molto".

8 giugno 2015

Fonte: Lasentinella.gelocal.it

Intervista a F. Caremani di GUIDO ALBUCCI

"Buongiorno Italia" 1.06.2015

 

 

30 ANNI FA LA TRAGEDIA DELL' HEYSELL

A Rivarolo e Caselle in tanti ricordano il 29 maggio

Caremani: "Teniamo viva la memoria di quei 39 angeli di Bruxelles"

Rivarolo e Caselle hanno ospitato lunedì e martedì scorso i ricordi della tragedia dell’Heysel, la sera del 29 maggio 1985 in cui 39 tifosi (32 italiani, di cui tre interisti, 4 belgi, due francesi e un nord irlandese) persero la vita prima dell’incontro di finale di Coppa dei Campioni di calcio tra la Juventus e il Liverpool. 

Lunedì sera presso il municipio di Rivarolo si sono ritrovate una trentina di persone interessate all'argomento, e dopo una breve introduzione da parte del sindaco Alberto Rostagno, Francesco Caremani, autore del libro "Heysel. Le verità di una strage annunciata", ha tenuto la sua relazione. Al termine c'è stata subito una pronta verifica di quanto esposto in maniera semplice e chiara: Alberto Cappella di Castellamonte, che all’epoca era un ragazzo di 17 anni, anche lui era quella sera nel maledetto Settore Z salvato dalla prontezza di riflessi del padre, che dopo la prima carica degli hooligans inglesi prendeva per braccio il figlio e lo trascinava verso l’unica porta che dava verso l'esterno, quel budello di 80 cm dal quale tutti erano entrati a fatica dopo molti controlli, e attraverso cui in pochi erano riusciti a guadagnare la fuga poi, nella calca e nella ressa dopo le ondate delle cariche. Una sorta di "reduce" Alberto, che ha confermato quanto quella sera molto sia stato mosso dal caso, ma che molto si sarebbe dovuto fare in fase di prevenzione. Da parte dell’Uefa ad esempio, che fino ad allora non era responsabile di ciò che succedeva negli eventi da essa organizzati e che solo dopo la sentenza emessa nei suoi confronti ha iniziato a pensare diversamente sulle grandi manifestazioni allestite. Da parte della polizia locale, presente con poche centinaia di unità allo stadio, la maggior parte all’esterno, mentre tra gli inglesi e le famiglie ospitate dal "Settore Z" ce n'erano solo 5, per presidiare una rete da pollaio subito divelta. Martedì mattina, un gruppo di studenti dell'Istituto tecnico di Rivarolo ha partecipato all'incontro con Francesco Caremani presso il salone comunale di via Montenero, incontro voluto dall'amministrazione con in testa la giovanissima assessore allo Sport, Costanza Conta Canova, che ha già lanciato l’appuntamento con la nuova iniziativa a cui il Comune ha aderito sempre sullo stesso argomento, i "Settanta angeli in un unico cielo" dal 5 al 7 giugno dove sono unite Heysel e Superga, tragedie sorelle, presso la Villa Vallero in corso Indipendenza 68 a Rivarolo (inaugurazione alle 20,45 di venerdì 5), per iniziativa della Saladellamemoriaheysel.it di Domenico Laudadio e del Museo dei Grande Torino e della Leggenda Granata di Domenico Beccaria. Alla serata di Caselle, incontro voluto fortemente martedì sera anche in questo caso da un assessore allo sport donna, Angela Grimaldi, altri interessanti spunti di riflessione da pubblico e giornalisti presenti in sala, che hanno sottolineato quanto poco bastasse per evitare una strage annunciata, ma che poi specialmente per noi in Italia, non è servita a cambiare molto i nostri atteggiamenti, visto il derby di Roma di lunedì.

29 maggio 2015

Fonte: Il Risveglio

Heysel, le verità di una strage annunciata

Trent’anni dopo

di Francesco Caremani

Ricordo ancora quella sera e i giorni seguenti il 29 maggio 1985. Un ricordo violento, perché quello che accadde cambiò per sempre il mio essere ragazzo, tifoso, e ha cambiato anche il giornalista che sono diventato. L’Heysel è una cicatrice che fa male ancora oggi e che non se ne vuole andare, forse proprio perché in troppi hanno cercato di cancellarla, ma non c’è cura. Anzi, una ci sarebbe: la memoria, una memoria condivisa che dovrebbe avere (ha) come assioma l’unica verità storica e processuale riconosciuta (perché dimostrata e dimostrabile) dall’"Associazione fra i familiari delle vittime dell’Heysel", presieduta da Andrea Lorentini che a Bruxelles perse il padre Roberto, giovane medico aretino medaglia d’argento al valor civile per essere morto mentre tentava di salvare un connazionale. "Abbiamo sconfitto l’Uefa, abbiamo fatto giurisprudenza, ma in troppi se la sono cavata", mi ha detto Otello Lorentini prima di soccombere sotto gli acciacchi della vecchiaia e morire lo scorso maggio. Lui che le udienze del processo di Bruxelles se l’è fatte tutte, lui che prendeva l’aereo da Roma, lui che cercava i giornalisti per informarli di quanto stava accadendo. Un processo per iniziare il quale i familiari delle vittime italiane si sono autotassati. Otello Lorentini - nonno di Andrea e padre di Roberto - fondò la prima Associazione per avere giustizia di fronte a una strage in cui tutti volevano farla franca: gli hooligans inglesi come l’Uefa, come le istituzioni sportive e politiche belghe. Otello ha fatto meno fatica a portare avanti il processo che non il ricordo di quella sera. La paura era che le 39 vittime fossero uccise una seconda volta dall’ignavia, spesso in malafede, di un Paese che preferisce rimuovere le tragedie. Soprattutto per questo ha litigato spesso, a distanza, con Giampiero Boniperti, ricambiato. Perché, come mi ha detto Antonio Conti (che ha perso la figlia diciassettenne Giuseppina), guardandomi negli occhi: "è dura, sono contento che se ne parli ancora, ma il dolore non se ne va". In questi trent’anni non si è dimenticata solo la strage, ma anche la solitudine, la dignità e la forza con cui i familiari delle vittime sono andati avanti: "Mi hanno detto che m’avevano pagato il marito morto, che la macchina (che avevo anche prima) me l’ero comprata con quei soldi - ricorda Rosalina Vannini vedova di Giancarlo Gonnelli. Nessuno sa cosa ha significato andare avanti senza Giancarlo e con tutti i problemi che ha avuto Carla (la figlia, ndr)", che dell’Heysel non vuole ancora parlare.

PRESENTAZIONE LIBRO

28.05.2015

E allora cosa ci resta di quella vicenda, di quella battaglia condotta in solitudine da 32 famiglie italiane che si sono fatte forza nella figura di un uomo che aveva perso l’unico figlio per una partita di calcio e che non si dava pace ? Sicuramente la condanna dell’Uefa, passata anch’essa sotto i tacchi di una certa inconsistenza giornalistica, che l’ha resa, per sempre, corresponsabile delle manifestazioni che organizza. Se gli stadi delle finali delle Coppe europee devono avere determinati requisiti di sicurezza (con biglietti nominali, dotati di microchip) non lo si deve certo all’evoluzione del calcio, bensì alla testardaggine di Otello Lorentini e allo choc di vedere tutti gli imputati assolti in Primo grado. Così decise, insieme con gli altri familiari delle vittime italiane, di citare direttamente l’Uefa, che è stata condannata in Appello e in Cassazione. Non tutti sanno che in Inghilterra, ancora oggi, è al lavoro una commissione d’inchiesta per stabilire le vere cause di un’altra strage, quella dell’Hillsborough Stadium di Sheffield, dove il 15 aprile 1989 morirono 96 tifosi del Liverpool. Quella che poi ha dato il via ai grandi cambiamenti che fanno della Premier League il campionato televisivamente più affascinante e il più sicuro dal punto di vista degli impianti. Disorganizzazione e inadeguatezza delle forze di polizia sono alcune delle cause, forse le più importanti, ma questo lo stabilirà l’inchiesta. Sono passati 26 anni. Ecco, se avessero imparato la lezione del 29 maggio 1985, se avessero riflettuto invece di respingere le accuse e cercare di nascondere la vergogna di quello che, in concorso, avevano fatto all’Heysel, forse Hillsborough sarebbe rimasto solo il nome di uno stadio. In Italia, se possibile, è andata anche peggio. Nel 1995, per il decennale, a Otello Lorentini promettono una puntata del Processo del Lunedì ad Arezzo, ma poi non se ne farà niente. Nel 2010 la prima messa della Juventus, che con la presidenza di Andrea Agnelli ha intrapreso, con difficoltà, un cammino verso i familiari delle vittime. Dietro 25 anni di vuoto. "Ho ricevuto l’invito ma non andrò, ognuno ha la sua coscienza" mi disse Maria Teresa Dissegna, che all’Heysel ha perso il marito Mario Ronchi, uno dei tre interisti morti a Bruxelles. Abbandono, fastidio, oblio, questo hanno continuato a subire i familiari delle vittime e coloro che sono morti il 29 maggio 1985, insieme alle continue offese negli stadi italiani, quasi mai sanzionate: "In tutti questi anni la Procura federale non mi è sembrata così pronta e attenta", mi ha confidato Andrea Lorentini. La memoria va allenata per non dimenticare, perché non accada mai più. Grazie a Otello Lorentini, Domenico Laudadio, Annamaria Licata, Claudio Il Rosso, il Nucleo 1985, lo Juventus Club Supporters Juve 1897, il Comitato "Per non dimenticare Heysel" Reggio Emilia, Andrea Lorentini, che ha la stessa stoffa del padre e la stessa tenacia del nonno, e a tutti gli altri famigliari che meritano (glielo dobbiamo, glielo dovete!) dopo 30 anni che si parli dell’Heysel con cognizione di causa, senza edulcorazioni, ipocrisie di parte e interessi economici. Anche per questo vado fiero della scritta che posso esibire sul mio libro "Heysel, le verità di una strage annunciata": "L’unico libro ufficialmente riconosciuto dall’Associazione familiari vittime Heysel". Sperando che chi ha ancora voglia di raccontare quello che è accaduto trent’anni fa faccia finalmente i conti con le famiglie delle vittime, stranamente dimenticate in tanti libri e documentari. Li sentite ? Stanno sussurrando qualcosa: "La storia (dell’Heysel) siamo noi, nessuno si senta offeso".

23 maggio 2015

Fonte: Francescocaremani.com

 

Il manifesto Heysel, la verità di una strage annunciata

di Luca Manes

Heysel 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, morirono 39 tifosi bianconeri. Morirono nel settore Z, schiacciati e soffocati dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi con l’evidente connivenza delle autorità e della polizia belghe, incapaci di prevedere e d’intervenire. In "Heysel, le verità di una strage annunciata", Francesco Caremani, giornalista e juventino, ricostruisce quanto accaduto in quelle drammatiche ore di 30 anni fa, ma soprattutto quanto accadde dopo, nei lunghi anni del processo che ha portato alla condanna di una dozzina circa di hooligans del Liverpool, per pene dai 4 ai 5 anni di reclusione. Anche l’Uefa è stata dichiarata colpevole e obbligata a pagare i risarcimenti (da un minimo di 14 a un massimo di 400 milioni di vecchie lire) in quanto ritenuta responsabile per aver fatto giocare una partita così importante come l’atto conclusivo della Coppa dei Campioni in un impianto fatiscente, dove la gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza da parte delle autorità locali fu, come accennato, del tutto deficitaria e inadeguata. Edito nel 2003 dalla casa editrice Bradipolibri, nelle ultime settimane è stato riproposto in libreria e ne è stata prodotta una versione in inglese. È l’unica opera ufficialmente riconosciuta dai parenti delle vittime dell’Heysel, cosa di cui Francesco Caremani va giustamente fiero, come ci ha ribadito di persona nel corso dell’intervista che ci ha concesso.

Qual è il tuo ricordo personale di quel giorno ?

Avevo 15 anni e in realtà sarei dovuto essere anche io all’Heysel a incitare Platini e compagni. Non ci andai solo perché avevo un’insufficienza in latino e i miei non mi diedero il permesso. Così vidi la partita a casa di un mio amico. Lì l’anno prima avevamo visto la finale di Coppa delle Coppe che la Juve vinse con il Porto e quindi ci sembrava giusto non cambiare "sede". Dell’incontro non ricordo assolutamente nulla, sebbene l’abbia visto. Rammento solo perfettamente che mia madre mi chiamò per dirmi che Roberto Lorentini, un nostro amico di famiglia, era ferito. In realtà era una bugia, perché il padre Otello, che era con lui, sapeva già della morte del figlio. Quando tornai a casa vidi delle persone che festeggiavano nel centro di Arezzo, la mia città. Ci rimasi molto male. Poi la mattina abbiamo scoperto la terribile verità sulla sorte del nostro amico. Roberto Lorentini era un medico e, nonostante si fosse salvato dopo la prima carica degli inglesi, ritornò indietro per soccorrere un bambino ferito, secondo alcune testimonianze Andrea Casula, la vittima più giovane di quella tragedia (aveva solo 11 anni, N.D.R.). Morì travolto da una seconda carica degli hooligans mentre era chinato a praticargli la respirazione artificiale.

Ci racconti un po’ la genesi del libro ?

In realtà non avevo mai pensato di scrivere un libro sull’Heysel, sebbene conoscessi molto bene come ti ho detto Otello Lorentini, che poi è diventato il presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime. Fu proprio lui a chiedermi di farlo. Fui colpito dalla luce nei suoi occhi, dalla sua voglia che si facesse finalmente chiarezza su come i familiari dei 39 tifosi morti quel maledetto 29 maggio fossero stati lasciati soli, dimenticati e soprattutto messi a tacere. Tanto per farti capire che cosa intendo, Otello in quegli anni è stato intervistato più dalle televisioni straniere che da quelle italiane, soprattutto nel decimo e nel ventesimo anniversario. Eppure lui è stato un testimone diretto di quanto accaduto nel settore Z e di quello che si è verificato dopo, in particolare durante il processo. Per questo io dico sempre che il mio è un libro di parte, la parte giusta.

Perché dici che i parenti delle vittime sono stati messi a tacere ?

Perché era meglio non parlare di Heysel, era un argomento scomodo. La polemica tra il direttore della Gazzetta dello Sport, il compianto Candido Cannavò, e il presidente della Juventus sull’opportunità di restituire o meno la Coppa è esemplificativa. Per Boniperti quella coppa doveva rimanere nella bacheca del club. La posizione della Juve era che i giocatori non sapevano nulla di quanto accaduto nel settore Z prima di entrare in campo, eppure prima Stefano Tacconi nel 1995 e poi Paolo Rossi nel 2004 hanno fatto dichiarazioni che vanno in direzione contraria. Con l’avvento di Andrea Agnelli la società bianconera ha iniziato a fare qualcosa per ricordare l’Heysel. C’è una sezione sulla tragedia nel museo dello Stadium e nel 2010 è stata celebrata una messa in ricordo delle vittime. Anche il prossimo 29 maggio ci sarà una messa, ma credo che si dovrebbe fare molto di più.

Eppure le colpe di quanto accaduto non sono certo della Juventus…

Esatto, sono degli hooligans del Liverpool, delle autorità e della polizia belga e, non dimentichiamolo, dell’UEFA, come dimostrano le sentenze emesse dal tribunale di Bruxelles.

Chi ti ha aiutato di più a scrivere il libro ?

Otello, che purtroppo dall’anno scorso non c’è più, è stato senza dubbio di un’importanza fondamentale, era il mio Omero che mi ha trascinato all’interno di quel dramma. Ma non vorrei dimenticare Daniel Vedovatto, avvocato italo belga e all’epoca consulente dell’ambasciata italiana a Bruxelles, che nella causa si è battuto contro principi del foro assoldati dal governo belga, dall’Uefa e dagli hooligans inglesi e che mi ha dato una grossa mano per redigere l’appendice del libro dedicata agli atti processuali. Vedovatto è convinto che, visti i mezzi a disposizione all’epoca e nonostante precedenti giurisprudenziali non favorevoli, giustizia sia stata.

Che cosa stai facendo in queste settimane che precedono l’anniversario ?

Molte presentazioni del libro un po’ in tutta Italia; in particolare, nella settimana dell’anniversario, in varie località del Piemonte ne ho anche 3 – 4 al giorno ! Nelle scuole superiori incontro ragazzi che nel 1985 non erano nemmeno nati. È importante spiegare loro che cosa ha voluto dire quella tragedia e anche che cosa voglia dire andare allo stadio, vivere il momento della partita nella maniera più giusta e corretta possibile. Questa esperienza mi sta arricchendo molto e sono molto rincuorato dalla reazione dei ragazzi. In una scuola di Bologna hanno apprezzato così tanto l’incontro che mi hanno chiesto di tornare nel giro di un mese.

Come vivono il ricordo i tifosi della Juve ?

In maniera non del tutto omogenea. Tanti ultrà criticano il gesto di aver alzato la coppa. C’è un gruppo che si chiama Nucleo1985 proprio in memoria dell’Heysel. Però altri la pensano in maniera differente e purtroppo spesso ci sono polemiche che io ritengo a dir poco sterili, come quando la rinata Associazione dei parenti delle vittime ha chiesto di ritirare (simbolicamente) la maglia numero 39 della Nazionale e tanti juventini hanno criticato questa iniziativa.

Quale lezione ha tratto il mondo del calcio in generale e il calcio italiano in particolare dalla tragedia dell’Heysel ?

Il calcio italiano non ha imparato nulla. Nei nostri stadi si è continuato a morire e nemmeno le norme emergenziali hanno risolto un granché. La mancata memoria di quell’evento così luttuoso è la cartina di tornasole di un movimento malato, dove non c’è cultura sportiva, tutto è subordinato alle vittorie e le società continuano a essere ricattate dalla parte negativa del mondo ultrà, i "fucking idiot" per intendersi. Nonostante la richiesta di una memoria condivisa da parte dei parenti, in un’Italia spaccata tra antijuventini e juventini i cori a dileggio dei morti dell’Heysel ci sono sempre stati. Ci hanno messo 29 anni prima di sanzionare gli ultrà della Fiorentina che li facevano (cioè la società, N.D.R.), tanto per farti un esempio.

Invece in Inghilterra le cose sono cambiate…

Sì, è vero, ma non dopo l’Heysel. C’è voluta un’altra tragedia, quella dell’Hillsborough, quando 96 tifosi del Liverpool morirono schiacciati in una curva dello stadio dello Sheffield Wednesday, per far sì che anche loro imparassero la lezione.

23 maggio 2015

Fonte: Il Manifesto 

30 ANNI FA LA TRAGEDIA DELL'HEYSEL30 ANNI FA LA TRAGEDIA DELL'HEYSEL

Lunedì 25 e martedì 26 incontri col giornalista Francesco Caremani

A Rivarolo e Caselle si ricorda uno dei momenti più tragici del calcio, il 29 maggio

di Bruno Bili

Trent’anni sono passati da quel mercoledì 29 maggio 1985, serata nella quale lo stadio Heysel di Bruxelles ospitava la finale di Coppa del Campioni di calcio Va Liverpool e Juventus. Una serata finita malissimo, non solo per le 39 vittime di un'assurda guerriglia innescata dai tifosi ubriachi inglesi che inscenavano una carica su inermi spettatori italiani, distruggendo la fragile barriera che li divideva, una rete metallica da recinzione.  L’improvvisa ritirata della folla verso il muro di cinta degli spalti causava il crollo, fatale ad un altro gruppo di spettatori, cosi tutto il settore Z dello stadio, adibito inizialmente al neutro pubblico belga di casa, ma riempito all'ultimo momento con i biglietti invenduti ritornati da più parti e riciclati senza molte attenzioni (con aumenti da 9.600 lire fino anche a 70-80mila) nonostante la vicinanza con il settore degli hooligans anche ai tifosi italiani, diventava in un attimo una sorta di campo di battaglia. Le autorità locali non avevano predisposto alcun piano di prevenzione per quel settore, i bianconeri organizzati erano dall'altra parte dello stadio, erano completamente impreparati e non capirono per tempo cosa stava succedendo (la centrale operativa era in città, non allo stadio), respingendo persino con le botte chi cercava scampo scendendo in campo per farsi medicare. Man mano però che le cose prendevano la loro vera fisionomia, si capiva che la priorità assoluta era far giocare la partita per evitare altri incidenti e non fare esaltare ulteriormente gli animi. Così fu, e in un clima surreale per una partita di calcio di quelle dimensioni, una finale europea, Scirea lesse un comunicato al microfono dello stadio per invitare alla calma e al tifo tranquillo i suoi. Si giocò e la Juve vinse, con un rigore fischiato nonostante il fallo su Boniek lanciato a rete fosse avvenuto ben fuori dell'area. Rete di Platini e alla fine ci fu anche il giro del campo dei giocatori con la coppa sollevata al cielo, e mostrata con enfasi anche il giorno dopo scendendo dall'aereo a Caselle. Tutto questo fece indignare molti, la coppa insanguinata secondo una fetta dell'opinione pubblica doveva essere riconsegnata all' Uefa, altra parte colpevole della pessima gestione dell'evento. I famigliari delle vittime si costituirono in associazione e faticosamente con lunghe battaglie ottennero il riconoscimento dei fatti e i risarcimenti, superando le ostilità dei belgi che volevano scaricare le colpe sui nostri e degli inglesi che avevano mandato il meglio del Foro londinese a cercare di far ricadere la colpa degli attacchi hooligans sugli inermi italiani. Poco sensibile la dirigenza juventina di allora, Boniperti in testa, che chiese anche che tre anni di interdizione al Liverpool dalle coppe, oltre i 5 anni di stop per le squadre inglesi inflitti dall'Uefa, erano troppo. Su tutto questo e soprattutto sulle 39 vittime di quella sera, 7 i non italiani, non deve mai calare il silenzio. Rivarolo e Caselle sono inserite in un ampio programma che vede il giornalista aretino Francesco Caremani, autore del libro "Le verità sull'Heysel", ricordare i trent'anni di una "strage annunciata". A Rivarolo, lunedì 25 alle 20,45 in sala Consiliare nel municipio in via Ivrea 60 incontro col pubblico, martedì 26 alle 10 incontro con gli studenti del liceo dell'Istituto Santissima Annunziata presso il salone comunale di via Montenero 12. A Caselle incontro con il pubblico presso la sala della Giunta di Palazzo Civico in piazza Europa martedì 26 alle 20,45.

21 maggio 2015

Fonte: Il Risveglio

When live football turned into a deadly horror

By Chris Summers   

That month saw three terrible tragedies which highlighted how dangerous the game had become off the pitch

On 11 May 56 people died when flames tore through the old wooden main stand at Bradford City’s Valley Parade ground during a game with Lincoln. On the same day – in an incident which was eclipsed by the Bradford fire – a 15-year-old boy was killed at Birmingham City’s St Andrews ground during a huge brawl between Birmingham and Leeds United fans. As a 17-year-old who was on the fringes of the "casuals" scene at the time, it was both an exciting and terrifying time. I remember watching on TV as the third tragedy unfolded on the night of 29 May. It was the European Cup Final in Brussels, between Liverpool and Juventus. Liverpool, the English champions, had in their team great players like Kenny Dalglish, Ian Rush and Alan Hansen while the Turin team included italian legends Marco Tardelli and Paolo Rossi aswell as Poland’s Zbigniew Boniek and Frenchman Michel Platini, one of the best players of his generation. But as the pundits discussed the game beforehand it was clear that trouble was brewing on the crumbling terraces of the old Heysel stadium. Segregation was poor and antagonism between the two sets of fans suddenly triggered an invasion of a section involving Juventus fans by Liverpool supporters, many of whom had been drinking all day. As the italians fled a crush was caused at one end of the terrace and 39 people died, mostly italians. The tragedy played out live on television with commentators struggling to put into words what was happening in front of their eyes. The game should have been postponed but officials feared there would be more trouble if they did so, so after a delay of more than an hour it finally kicked off and Juventus won 1-0, with a Platini penalty. But the score was almost irrelevant amid the death toll and Platini’s ashen face suggested it was a hollow victory. Thirty years later Francesco Caremani, the author of a new book on the tragedy, told totalcrime: "Heysel was the worst massacre in the history of world football, because there was nothing random or accidental in what happened. "Hooliganism was well known in England and widely underestimated in Europe. After  Heysel the whole world realised how serious hooliganism had become, but the British did nothing to combat it."  English clubs were banned from European competition for several years – ironically Liverpool’s great rivals Everton were the biggest losers – but Mr Caremani says nothing was done to reform football in England until after the Hillsborough disaster four years later. In that case the victims were ironically Liverpool fans. Mr Caremani said: "I’m convinced that Hillsborough is the son of the failure of memory of Heysel." When Liverpool played Juventus for the first time since Heysel some unforgiving italian fans raised placards which suggested the deaths at Hillsborough were some sort of payback for the actions of Liverpool fans at Heysel. After Heysel some Liverpool fans claimed they were provoked by stones being thrown from the Juventus section. Mr Caremani says there is no truth in this claim and added: "The English (were) trying to invent excuses for a shame that they will never erase." Fourteen Liverpool fans were convicted for their part in the violence at Heysel. In 2005 one of them, Terry Wilson, visited Arezzo in Italy to try and apologise to Otello Lorentini, who lost his only son at Heysel. As well as the deaths, 600 Juventus fans were injured, some of whom were permanently disabled. One, Carla Gonnelli, went into a coma. When she eventually woke up she discovered that her father, who had taken her to the match with her, had died. The Heysel stadium was later renovated and renamed the King Baudouin stadium but there are persistent rumours that it will be demolished and replaced with houses. This year Juventus have made it to the final of the European Cup again and many fans of the "Old Lady" of italian football hope they will win the trophy on 6 June to honour the 39 dead at Heysel. If you were at Heysel on 29 May 1985 please contact me on totalcrime70@gmail.com

18 May 2015

Source: Totalcrime.co.uk

Le famiglie italiane hanno combattuto nei tribunali. Un giornalista è stato vicino a loro.

"Da soli per avere giustizia"

di Francesco Caremani

Ricordo ancora quella sera del 29 maggio 1985 e i giorni seguenti. Un ricordo violento, perché quello che accadde cambiò per sempre il mio essere ragazzo, tifoso, e ha cambiato anche il giornalista che sono diventato. L’Heysel è una cicatrice che fa male ancora oggi e che non se ne vuole andare, forse proprio perché in troppi hanno cercato di cancellarla, ma non c'è cura. Anzi, una ci sarebbe: una memoria condivisa che dovrebbe avere (ha) come assioma l'unica verità storica e processuale riconosciuta dall'Associazione fra i familiari delle vittime dell'Heysel, presieduta da Andrea Lorentini, che a Bruxelles perse il padre Roberto, giovane medico aretino medaglia d'argento al valore civile per essere morto mentre salvava un connazionale. "Abbiamo sconfitto l'Uefa, abbiamo fatto giurisprudenza, ma in troppi se la sono cavata" mi ha detto Otello Lorentini prima di soccombere sotto gli acciacchi della vecchiaia e morire lo scorso maggio. Otello era il padre di Roberto e il nonno di Andrea. Lui le udienze del processo di Bruxelles se l'è fatte tutte. Prendeva l'aereo da Roma e poi cercava i giornalisti per informarli di quanto stava accadendo. Un processo per il quale i familiari delle vittime italiane si sono autotassati. Otello Lorentini fondò la prima Associazione per avere giustizia di fronte a una strage in cui tutti volevano farla franca: gli hooligans inglesi come l'Uefa, le istituzioni sportive come la politica belga. La paura era che le 39 vittime fossero uccise una seconda volta dall'ignavia, spesso in malafede, di un Paese che preferisce rimuovere le tragedie. Soprattutto per questo Otello e gli altri hanno litigato spesso, seppure a distanza, con Giampiero Boniperti. Perché, come mi ha detto Antonio Conti (che ha perso la figlia Giuseppina, 17 anni), guardandomi negli occhi: "Sono contento che se ne parli ancora, ma il dolore non se ne va". In questi trent'anni non si è dimenticata solo la strage, ma anche la solitudine, la dignità e la forza con cui i familiari delle vittime sono andati avanti: "Mi hanno detto che m'avevano pagato il marito morto, che la macchina (che avevo anche prima) me l'ero comprata con quei soldi" ricorda Rosalina Vannini, vedova di Giancarlo Gonnelli. "Nessuno sa cosa ha significato andare avanti senza Giancarlo e con tutti i problemi che ha avuto nostra figlia Carla". Lei dell'Heysel non vuole ancora parlare. E allora, cosa ci resta di una battaglia condotta in solitudine da 32 famiglie italiane, fattesi forza nella figura di un uomo che aveva perso l'unico figlio per una partita di calcio ? Sicuramente c'è la condanna dell'Uefa, passata anch'essa sotto i tacchi di una certa inconsistenza giornalistica, che l'ha resa per sempre corresponsabile delle manifestazioni che organizza. Se gli stadi delle finali delle Coppe europee devono avere determinati requisiti di sicurezza (con biglietti nominali, dotati di microchip) non lo si deve certo all'evoluzione del calcio, bensì alla testardaggine di Otello Lorentini e allo choc di vedere tutti gli imputati assolti in Primo grado. Cosi il presidente dell'Associazione decise, insieme con gli altri familiari delle vittime italiane, di citare direttamente la Uefa, che è stata poi condannata in Appello e in Cassazione. A Hillsborough, Sheffield, il 15 aprile 1989, morirono 96 tifosi del Liverpool. E’ la strage che ha dato il via ai grandi cambiamenti che fanno della Premier League il campionato più sicuro dal punto di vista degli impianti. Disorganizzazione e inadeguatezza delle forze di polizia sono forse le cause più importanti, ma questo lo stabilirà l'inchiesta ancora in corso dopo 26 anni. Ecco, se avessero imparato la lezione del 29 maggio 1985, se avessero riflettuto invece di respingere le accuse e cercare di nascondere la vergogna dell'Heysel, forse Hillsborough sarebbe rimasto solo il nome di uno stadio. In Italia, se possibile, è andata anche peggio. Nel 1995, per il decennale, a Otello Lorentini promisero una puntata del Processo del Lunedì ad Arezzo, ma poi non se ne fece niente. Nel 2010 ci fu la prima messa della Juventus, che con la presidenza di Andrea Agnelli ha intrapreso, con difficoltà, un cammino verso i familiari delle vittime. Dietro, 25 anni di vuoto. "Ho ricevuto l'invito ma non andrò, ognuno ha la sua coscienza" mi disse Maria Teresa Dissegna, che all'Heysel ha perso il marito Mario Ronchi, uno dei tre interisti morti a Bruxelles. Abbandono, fastidio, oblio: questo hanno continuato a subire i familiari delle vittime e coloro che sono morti il 29 maggio 1985, insieme alle continue offese negli stadi italiani, quasi mai sanzionate: "In tutti questi anni la Procura federale non mi è sembrata cosi pronta e attenta" dice Andrea Lorentini. La memoria va allenata, perché non accada mai più. Lo dobbiamo a Otello Lorentini, Domenico Laudadio, Annamaria Licata, Claudio II Rosso, il Nucleo 1985, lo Juventus Club Supporters Juve 1897, il Comitato "Per non dimenticare Heysel" di Reggio Emilia, Andrea Lorentini e a tutti gli altri famigliari. Senza edulcorazioni, ipocrisie di parte e interessi economici. Anche per questo vado fiero della scritta che posso esibire sul mio libro "Heysel, le verità di una strage annunciata": "L'unico libro ufficialmente riconosciuto dall'Associazione familiari vittime Heysel". Chi ha ancora voglia di raccontare quello che è accaduto 30 anni fa, faccia i conti con le famiglie delle vittime. La storia dell'Heysel sono loro, nessuno si senta offeso.

11 maggio 2015

Fonte: Guerin Sportivo 

"Heysel, la verità di una strage annunciata è un pugno nello

stomaco che ci ricorda che quella tragedia si doveva evitare"

di Michele Angella

Stadiotardini.it ha chiesto a Michele Angella, giornalista di Teleducato, appassionato di letteratura sportiva, oltre che di calcio e di stadi europei, di recensire il libro "Heysel, la verità di una strage annunciata", di Francesco Caremani, edizione ristampata e aggiornata nell’imminenza del trentesimo anniversario della tragedia.

Nonostante una rivalità molto accesa verso la Juventus, sfociata talvolta in episodi di violenza anche molto gravi, i tifosi del Parma hanno sempre rispettato - doverosamente - la tragedia dell’Heysel. Ne sono un esempio il ricordo comparso nel maggio del 2014 sul sito internet dei Boys e lo striscione (sia pure dai toni provocatori e bellicoso) esposto dagli stessi ultras gialloblu lo scorso 11 aprile in occasione di Parma-Juve al Tardini ("Dall’Heysel a Scirea i vostri morti abbiamo sempre rispettato, voi il Bagna avete infangato. Infami"). Un atteggiamento diverso da quello di altre curve (vedi Fiorentina) che a quel tremendo episodio hanno spesso rivolto scritte o cori beceri. Eh sì, la tragedia dell’Heysel: tra pochi giorni, il 29 maggio, ne ricorre il 30ennale e la memoria è ancora forte. Tra chi purtroppo quei fatti li riesuma in maniera vergognosa in funzione anti-bianconera e tra chi, per fortuna cerca di tenerli vivi per non dimenticare la barbarie di quanto accaduto, per inchiodare le responsabilità delle autorità civili e sportive oltre che delle forze dell’ordine. E’ il caso, quest’ultimo, del 46enne giornalista toscano Francesco Caremani, autore del volume "Heysel, la verità di una strage annunciata", da poco uscito (edizione ristampata ed aggiornata) per Bradipo Libri Edizioni. A spingere Caremani, collaboratore di numerose testate e autore di altre interessanti pubblicazioni a sfondo sportivo, a dare vita alla ricostruzione della vicenda Heysel, oltre che un apprezzabile e marcato spirito d’inchiesta, è stata anche la stretta conoscenza di una delle persone che quella sera di 30 anni fa a Bruxelles, dove si giocava la finale di Coppa Campioni tra Juventus e Liverpool, persero la vita: si tratta di Roberto Lorentini, aretino proprio come Caremani e collega del padre dello scrittore stesso. Il libro contiene, infatti, le significative testimonianze di Andrea Lorentini, il figlio della vittima, che allora aveva appena tre anni e a cui Caremani ha deciso di affidare la presentazione del suo certosino e anche commovente lavoro. "Heysel, la verità di una strage annunciata" è una sorta di pugno nello stomaco, perché ci riporta a quei drammatici momenti e perché ci fa capire che quello che si verificò era evitabile, si poteva e si doveva evitare. Il volume, che si snoda per 227 documentatissime pagine, oltre a ripercorrere l’accaduto, contiene le voci dei sopravvissuti e dei famigliari dei tifosi morti, stralci di articoli giornalistici sulla tragedia, dichiarazioni di calciatori della Juventus, di dirigenti del club torinese e della Uefa, di politici, di avvocati, di magistrati. La prefazione porta la firma di Walter Veltroni che definisce la pubblicazione "un grande atto d’amore verso trentanove innocenti e un monito a non perdere la strada dell’umanità e della pietas". L’introduzione è, invece, del giornalista Roberto Beccantini: "Leggete queste pagine, non scoprirete novità sconvolgenti. Scoprirete, semplicemente come è stato duro accendere una candela di giustizia. Una candela, non un lampadario". Il volume, infatti, prende in esame anche il tortuoso iter processuale e si compone di due appendici giuridiche. La prima è quella relativa a tutti i giudizi che si sono susseguiti negli anni. La seconda si riferisce, invece, all’evoluzione sulle normative in materia di sicurezza negli stadi, sia in Italia che a livello internazionale. Chi scrive, nel 2007, trovandosi a Bruxelles, avvertì l’interesse e lo stimolo emotivo di recarsi all’Heysel. Lo stadio della famigerata strage di fatto non esiste più. E’ stato completamente ristrutturato nel 1995 e ha cambiato nome: si chiama Re Baldovino. A ricordare la tragedia una targa con i nomi delle vittime e una scultura, una meridiana comprendente una pietra con i colori della bandiera italiana e di quella belga, insieme alla poesia Funeral Blues scritta dall’inglese W.H. Auden a simboleggiare il dolore delle tre nazioni. Presenta, inoltre, trentanove luci che brillano, una per ogni vittima. L’aspetto del quale ebbi conferma è come l’opinione pubblica locale abbia tentato di rimuovere quanto accaduto nel 1985: me ne accorsi chiedendo dell’Heysel ad un attempato taxista, ad un libraio nemmeno cinquantenne e ad un giovane addetto del negozio di merchandising della nazionale di calcio, in pieno centro. In tutti e tre i casi risposte vaghe e scarsa disponibilità alla memoria e al colloquio. Concludo dicendo che questa sera, nella semi-finale di Champions League, strizzerò l’occhio al Real Madrid. Per la Juventus ho sempre avuto scarsa simpatia (sentimento accresciuto durante l’era Moggi), tuttavia se i campioni d’Italia dovessero raggiungere la finale di Berlino (… anche in quel caso starò dalla parte degli avversari) e dovessero vincere il prestigioso trofeo continentale, mi farebbe piacere se dedicassero il titolo alle 39 vittime di Bruxelles, nel trentennale della strage… Anzi, vorrei sperare che qualcuno a Torino ci abbia già pensato.

13 maggio 2015

Fonte: Stadiotardini.it 

   

Heysel. The truth (English Edition)

On 29 May 1985 at the Heysel stadium in Brussels, before the European Cup final between Juventus and Liverpool, 39 people died. They died in block Z, crushed and suffocated by the crowd, under the blows of English hooligans dulled by alcohol; and due to the distinct complicity of the Belgian authorities, the local police and UEFA were unable to predict what would occur, and to intervene. It was a predictable tragedy that struck the sport of football and our consciences with desperate drama. It is an open wound that has never healed, because no one can or should die during a simple football match. What happened before Juventus–Liverpool has been recounted by everyone; many have told about what happened during and after the event, including their own stories, but no one has ever really delved into the real, uncomfortable truths. The personal effects stolen, the arrogance of the authorities, the long, hard, disdained legal battle carried out by the Association of Victims, by Otello Lorentini who in Belgium lost his son Roberto (awarded a silver medal for Civil Valour for having died trying to save a fellow human being). The humanity of 39 families has been trampled for no justifiable reason.This book is a gesture owed to the memory and dignity of 39 people who lost their lives to watch a game. To remember what the football environment has triedtoo often and too quickly to forget. "This book is the Bible of Heysel" (Emanuela Casula, sister of Andrea and daughter of Giovanni, two of the 39 victims of the massacre in Brussels). "If the British had learned the lesson of Heysel, maybe the Hillsborough tragedy would never have happened". (Francesco Caremani, author)

12 maggio 2015

Fonte: Amazon.it

IL LIBRO DELLA SETTIMANA

Heysel, trent’anni dopo: la storia, la denuncia

di Annalisa Celeghin

PADOVA. "Trentadue italiani, quattro belgi, due francesi, un nordirlandese. E seicento feriti. Intorno tutto è infinito. Voci suoni colori deflagrano e raggiungono il silenzio. Sono le 21.40. L'assurdo è così banale che le squadre entrano in campo". Le squadre sono Juventus e Liverpool, è il 29 maggio 1985, la finale di Coppa dei Campioni: siamo allo stadio Heysel, l'arena nazionale belga, le cui condizioni non erano ottimali già da tempo e che diverrà triste teatro di uno degli "incidenti" più gravi nella storia del calcio. Quest'anno si celebra il trentennale di quella tetra giornata di sangue, anniversario che non passa inosservato anche grazie all'uscita di due volumi che, in modo del tutto differente, vogliono ricordare i fatti accaduti. Omissis (Vedi articolo gemello nella pagina del libro di Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto) Francesco Caremani, giornalista freelance, ha scritto l'unico libro ("Heysel. Le verità di una strage annunciata", BradipoLibri, 15 euro) ufficialmente riconosciuto dall'Associazione familiari delle vittime: racconta le tante piccole e grandi verità di quel giorno maledetto, il giorno in cui "finì l'innocenza del calcio mondiale". "Avvenne, a Bruxelles, ciò che in molti avrebbero potuto facilmente prevedere ed evitare, e non vollero o non seppero farlo. Quel giorno lo stadio del gioco diventò lo stadio della morte, trasmessa in diretta e in mondovisione... Persero tutti, nonostante la coppa alzata, il giro del campo, nonostante i sorrisi, i "non sapevamo", nonostante il gol. Nonostante la vittoria persero tutto, in quella sera luttuosa all'Heysel, quando il battito del cuore improvvisamente cessò per trentanove persone": lo spiega bene nella prefazione Walter Veltroni.

4 maggio 2015

Fonte: Mattinopadova.gelocal.it 

Ecco il libro-verità sull'Heysel

Pubblichiamo la prefazione scritta da Walter Veltroni al libro "Heysel - La verità di una strage annunciata" (Bradipolibri) scritto dal giornalista Francesco Caremani.

È una mano pietosa e indignata, quella di Francesco Caremani che ci guida in quel 29 maggio 1985, il giorno in cui lo sport dismise i panni dell’amicizia e della gioia per vestire quelli del dolore e della violenza. Avvenne, a Bruxelles, ciò che in molti avrebbero potuto facilmente prevedere ed evitare, e non vollero o non seppero farlo. Quel giorno lo stadio del gioco diventò lo stadio della morte, una morte trasmessa in diretta e in mondovisione. Una morte che si mescolò col gioco del pallone (e per questo fu più crudele e più odiosa) che portò via il soffio della vita a chi avrebbe voluto semplicemente applaudire, vincere o perdere con la propria squadra, coi propri beniamini. E invece persero tutti, nonostante la coppa alzata, il giro del campo, nonostante i sorrisi, i "non sapevamo", nonostante il gol. Nonostante la vittoria, persero tutti, in quella sera luttuosa all’Heysel, quando il battito del cuore improvvisamente cessò per trentanove persone. Erano italiani in gran parte, ma il necrologio riporta anche quattro nomi belgi, due francesi e uno irlandese. Il più giovane aveva undici anni e si chiamava Andrea. Seicento furono i feriti. Le cronache ci raccontarono che la violenza degli hooligans inglesi non rispettò nemmeno i poveri corpi senza vita, oltraggiati col furto, con la denigrazione. La pietà muore più volte, e ciò che chiamiamo bestiale è, purtroppo, proprio dell’Uomo, non della ferinità, poiché solo l’Uomo può adoperare con consapevole raziocinio la crudeltà, l’offesa, il gesto delittuoso fine a se stesso. Scriveva Salvatore Quasimodo in "Uomo del mio tempo", nel 1946, cogli orrori della guerra davanti agli occhi: "(…) Hai ucciso ancora,/ come sempre, come uccisero i padri, come uccisero/ gli animali che ti videro per la prima volta./ E questo sangue odora come nel giorno/ Quando il fratello disse all’altro fratello:/ "Andiamo ai campi". E quell’eco fredda, tenace,/ è giunta fino a te, dentro la tua giornata (…)". Anche all’Heysel si udì quell’eco, nelle urla degli hooligans, nel silenzio della polizia belga, nei piani di sicurezza mal attuati. È facile alzare la mano sugli innocenti, sui più deboli, sugli inermi. Questo ci insegna la strage dell’Heysel: il Male ha una sua feroce semplicità, lo si incontra anche nel luogo che per sua fattura dovrebbe invitare all’amichevole aggregazione, come uno stadio. E invece no: il gioco è il pretesto, la violenza è il fine. Quegli hooligans cercavano lo scontro, questo ci racconta il libro, e cercavano d’uccidere, dopo aver fatto crescere l’eccitazione con fiumi di alcol. Nelle pagine successive i lettori troveranno ricostruzioni esatte e agghiaccianti. Un testimone così racconta: "Queste cose dovete scriverle. Quelli del Liverpool avevano pistole, forbici, coltelli, spranghe. Hanno ammazzato un ragazzo con un lanciarazzi, ho visto tutto con i miei occhi… È cominciato tutto col lancio di razzi. Dalla zona degli inglesi ne è arrivato uno, poi un altro e un altro ancora. Il quarto razzo ha colpito in pieno un tifoso. Era a venti metri da me. L’ho visto cadere, era una maschera di sangue. Nessun poliziotto è intervenuto". 

I lettori troveranno spiegazioni, opinioni, denunce. Troveranno le cronache dei processi, i pareri degli avvocati. Troveranno le parole di Otello Lorentini, l’anziano padre di Roberto, uno dei morti dell’Heysel cui è dedicato il libro. Roberto è morto mentre tentava di salvare un bambino ferito con la respirazione bocca a bocca. Quando Caremani chiede il motivo per cui ha deciso di costituire l’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles, Lorentini risponde che non poteva sopportare che si pensasse anche solo per un attimo che "39 persone erano morte da sole, per pura fatalità". Arrivando alla fine del libro, quelle parole saranno una delle chiavi di lettura dell’intera vicenda, perché quel giorno della fine di maggio del 1985 furono gli uomini e non il Fato a decidere come in un’antica arena romana se avesse dovuto esserci il pollice verso, e fu così che morirono gli innocenti dell’Heysel: qualcuno li uccise, qualcuno lasciò fare. Caremani è un ottimo giornalista. Ci emoziona, ci commuove anche, eppure ci avverte a ogni passo di non lasciarci distogliere dal dolore, perché oltre il dolore deve esserci giustizia. Non è un lieto fine, quello che l’autore ci racconta, né potrebbe esserlo, poiché non c’è letizia per chi ha perso i propri amici e familiari, ma c’è un risultato importante che l’impegno di Otello Lorentini e di altri riescono a raggiungere: la condanna della Uefa non è solo un atto giudiziario, ma indica un dovere di assunzione di responsabilità. Caremani sa bene che la giustizia degli uomini non è infallibile, ma è conscio di come quella sentenza rappresenti davvero un fatto storico per la giurisprudenza. Questo libro è prezioso e bellissimo. Lo è perché ci ammonisce a non dimenticare, e perché narra puntualmente e con notizie verificate tutto ciò che è accaduto; ma lo è anche perché è un libro d’inchiesta che ha dentro la passione del diario, della pagina biografica. Caremani dichiara che questo è il libro che non avrebbe voluto mai scrivere, eppure ciò che è avvenuto ha trasformato queste pagine nel "suo libro". Dentro e dietro il cumulo di dimenticanze, di superficialità, di pressappochismo, di mancanze, di colpe, l’autore indaga con la passione di chi ha ricevuto il testimone più scomodo: quello della memoria. Egli raccoglie indizi, ascolta e riferisce, forse affinché quel suo dolore si asciughi almeno un poco, e davvero quel dolore, quel nodo scuro, quel groppo alla gola che Caremani si portava dentro, si trasformano in coraggio e tenacia. La rabbiosa voglia di sapere diventa forte denuncia civile, diventa un pezzo di storia da leggere e conservare, diventa testimonianza lucida e critica di un massacro evitabile. Voglio bene a questo libro: è un grande atto d’amore verso trentanove innocenti, e un monito a non perdere la strada dell’umanità e della pietas.  Walter Veltroni

19 aprile 2015

Fonte: Formiche.net

Francesco Caremani presenta:

"Heysel, le verità di una strage annunciata"

di Massimo Righi

Il giornalista Francesco Caremani, sarà a Bologna giovedì e venerdì 26-27 marzo, per presentare il suo libro "Heysel, le verità di una strage annunciata", sui fatti accaduti a Bruxelles il 29 maggio 1985.

La strage dell’Heysel di cui proprio quest’anno ricorre il trentennale, rappresenta una delle pagine più nere della storia del calcio e dello sport. Per non dimenticare ma anzi rilanciare e tenere viva la memoria dei fatti, battendosi e raccontando la verità, si è ricostituita l’Associazione Familiari delle vittime dell’Heysel, grazie all’impegno dei parenti delle vittime, fra cui il presidente Andrea Lorentini che ha perso il papà in quel 29 maggio 1985, prima della finale di Coppa dei Campioni fra Liverpool e Juventus. Ma Andrea e i membri dell’Associazione non sono soli nel cercare di far giustizia riguardo a quella tragedia in cui persero la vita 39 persone, ma ci sono tanti altri che ricercano la verità sugli eventi accaduti all’Heysel, fra i quali Francesco Caremani giornalista professionista free lance, che collabora con importanti testate italiane e straniere. Scrittore e tifoso juventino, Caremani è già noto al pubblico per il suo impegno riguardo la ricerca della verità sulla triste vicenda dell’Heysel che ancora oggi richiede chiarezza. Domani, giovedì 26 marzo 2015, Francesco Caremani sarà presente alla Polisportiva Antal Pallavicini, insieme con Roberto Beccantini e Matteo Marani, per presentare il suo libro: "Heysel, le verità di una strage annunciata", a partire dalle 20.45. Il giorno dopo, venerdì 27 marzo, Caremani sarà invece al Liceo Augusto Righi a partire dalle ore 11 per parlare della sua pubblicazione, assieme al presidente dello Juventus Club Bologna "Gaetano Scirea", Franco Febbo. Sono due appuntamenti interessanti per chi ama il calcio a prescindere dalla fede e per chi ha vissuto quel giorno da semplice spettatore davanti alla tv o da tifoso: un ulteriore modo per tenere viva la memoria del 29 maggio 1985, grazie all’impegno di Francesco e di tutti coloro che non hanno mai smesso di cercare e documentare quanto successo all’Heysel ormai 30 anni fa. "Heysel, le verità di una strage annunciata" - Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, nel settore Z, muoiono 39 tifosi bianconeri, schiacciati e soffocati dalla calca, sotto la furia degli hooligans inglesi, con la connivenza delle autorità e della polizia belghe, incapaci di prevedere e d’intervenire. Una tragedia annunciata che si abbatte con drammaticità sul calcio come sport e sulle coscienze di tutti noi come uomini prima che come sportivi. Una ferita aperta e mai rimarginata, perché non si può e non si deve morire di calcio. Tutti hanno raccontato quello che è successo prima di Juventus-Liverpool, molti hanno raccontato il durante e il dopo, anche il proprio, ma nessuno s’è mai veramente addentrato nelle scomode verità. Gli effetti personali rubati, l’arroganza delle autorità, la lunga, faticosa e snobbata battaglia legale portata avanti dall’Associazione delle vittime, che fu presieduta da Otello Lorentini prima del nipote Andrea, che in Belgio hanno perso il padre-figlio Roberto. Questo libro è un atto dovuto alla memoria e alla dignità di 39 persone che hanno perso la vita per assistere a una partita.

25 marzo 2015

Fonte: Ilpallonegonfiato.com

NDR: (Fotografia gentilmente donata da Francesco Caremani) Bruxelles 29 maggio 2005, ex stadio Heysel, insieme al collega de L'Equipe, Jean-Philippe Leclaire, e all'avvocato dell'Associazione dei Familiari delle Vittime che aveva sconfitto l'Uefa, Daniel Vedovatto.

"La memoria è una cosa seria, la memoria non è protagonismo, la memoria non è spettacolarizzazione, la memoria, in Italia, è spesso sporca, brutta e cattiva. La memoria è un gesto quotidiano, una battaglia senza fine. La memoria non ha né vinti né vincitori, perché quando si deve difendere la dignità di 39 morti dagli idioti siamo tutti sconfitti"  Francesco Caremani


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