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Figlio Vittima Amedeo
Spolaore
(Ferito nel Settore Z allo
Stadio Heysel il 29.05.1985)
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Quarant'anni fa la
tragedia dell'Heysel, il sopravvissuto:
"Io schiacciato dai
corpi, salvo senza capire, persi mio padre ma non odio"
di Andrea Priante
Giuseppe Spolaore oggi insegna all'Università di
Padova. Era allo stadio quella sera, quando morì il papà
Amedeo: "Ricordo la spensieratezza e subito dopo lo
spavento".
Sono trascorsi quarant’anni dalla strage dello
stadio Heysel. Prima della finale di Coppa Campioni tra
Juventus e Liverpool, centinaia di hooligans ubriachi
sfondano la recinzione che li separa dai tifosi
italiani: vogliono lo scontro. Ma in quel settore non ci
sono gli ultrà bianconeri, solo famiglie e tifosi che
non appartengono a gruppi organizzati. Scoppia il
panico, la folla si ammassa sulle gradinate per scappare
e le forze dell’ordine belghe, invece di farla uscire,
tentano di respingerla. Qualcuno precipita nel vuoto,
molti vengono calpestati. Quando torna la calma, si
contano 39 morti e oltre 600 feriti. Per evitare
ulteriori disordini – spiegheranno in seguito le
autorità - un’ora e mezza dopo, in un clima surreale, le
due squadre scendono in campo e giocano la partita.
Sulle gradinate, in quella comitiva partita da Bassano
del Grappa, ci sono un quattordicenne e suo padre,
Amedeo Spolaore, 54 anni, che muore nella calca. Invece
il ragazzino dello Stadio dell’Heysel se la cava con una
ferita alla gamba. Si chiama Giuseppe Spolaore e oggi è
diventato un uomo, papà a sua volta, e insegna Filosofia
all’Università di Padova. In quattro decenni, ha parlato
raramente di quella serata di follia. "Sono un
sopravvissuto ma non mi va di passare per una vittima:
non combatto con il trauma di ciò che ho visto quel
giorno, non mi sveglio la notte in preda agli incubi,
non odio nessuno... Ho una vita piena e felice". Dice
che lo studio l’ha aiutato ad accettare perfino l’idea
di perdere un padre per una partita di calcio: "La
filosofia cerca l’ordine nel caos. E quando lo trovi,
capisci che le cose accadono per fattori diversi che,
messi insieme, producono un evento".
29 maggio 1985. La
prima immagine che le torna in mente ?
"La spensieratezza della nostra comitiva: famiglie al
completo, mamme, qualche altro ragazzino come me...
Siamo eccitati: in pochi sono già stati a Bruxelles, per
alcuni è la prima partita della Juve in trasferta. E ho
l’immagine del mio papà che sorride, felice di essere lì
insieme a me: lo sento "vicino", lui che non era mai
stato tipo da lasciarsi andare a dimostrazioni di
affetto".
Un altro ricordo.
"Lo spavento, le persone che
si stringono una sull’altra, si calpestano. Ho gente
sotto di me e sopra di me. Mi schiacciano. Non riesco a
respirare. Penso che sto per morire eppure sono
estremamente calmo, come se lo choc impedisse al terrore
di impadronirsi di me, quel che invece sta accadendo
agli altri".
Che ricordo ha di suo
padre ?
"Dopo aver lavorato per anni in ospedale, come chirurgo,
aveva scelto di aprire degli studi dentistici. Era il
mio mito: un uomo pratico, instancabile, anche se
sembrava avere sempre la testa tra le nuvole. Io invece
ero riflessivo e mi perdevo a ragionare sulle cose. Per
quelle strane coincidenze della vita, oggi mi ritrovo ad
avere la stessa età di quando lui morì, e con un figlio,
che ho chiamato Amedeo, pure lui di 14 anni. Col
trascorrere del tempo, mi rendo conto che gli sto
somigliando sempre di più".
Come ci eravate finiti all’Heysel ?
"La Nazionale che tre anni prima aveva vinto il
Mondiale, era composta da molti giocatori bianconeri, a
cominciare da Zoff, Cabrini e, ovviamente, Paolo Rossi.
Per me fu inevitabile tifare Juve, come mio padre. Così,
quando alcuni amici di famiglia decisero di andare a
Bruxelles per la finale, ci unimmo a loro".
Per tifare Juve a due
passi dagli hooligans…
"In realtà avevamo dei biglietti per il settore dei
Distinti, non so per quale motivo ci spostarono tutti
vicino alla curva. I tifosi inglesi erano ubriachi,
lanciavano bottiglie e oggetti verso di noi. C’era molta
tensione. All’improvviso gli italiani cominciarono ad
allontanarsi dalla recinzione spingendo chi sedeva sul
lato opposto. Fu come un’onda umana. Ci ritrovammo uno
sull’altro, impossibile non restare schiacciati".
Come riuscì a salvarsi ?
"So solo che a un tratto le
persone sopra di me non c’erano più e potevo respirare.
Mi sono trascinato sopra i corpi di chi stava sotto.
Qualcuno era già morto, ricordo il volto di un uomo
completamente viola. Mi sono ritrovato a vagare per il
campo da calcio, sempre pervaso da quel senso di calma
profonda. Non mi rendevo neppure conto di avere il
femore spezzato".
Quando ha saputo di suo padre ?
"All’ospedale di Bruxelles
rimasero vaghi. La sera stessa salimmo su un aereo e,
appena sbarcati in Italia, un medico mi disse che papà
era disperso. Capii subito…".
È più andato allo stadio ?
"Si, anche se da qualche anno
non seguo il campionato. Tifo per la Nazionale".
Torniamo alla Filosofia: quale fu l’ordine nel
caos dell’Heysel ?
"Vuole sapere com’è possibile che accada una tragedia
simile: di chi fu la colpa ? Mia madre partecipò al
processo e racconta che perfino in aula gli hooligans si
ostinavano a fare gli spavaldi verso gli italiani.
Furono loro i veri responsabili ? In fondo erano persone
cresciute in un ambiente senza valori, vittime
dell’alcol e di loro stessi. E chi li fece entrare in
uno stadio con recinzioni inadatte ? E chi ci fece
sedere a due passi da loro ? E chi impedì ai tifosi
italiani di fuggire via ? Tanti fattori diversi che,
messi insieme, producono un evento…".
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"Schiacciato
com'ero, ero certissimo di morire"
Spolaore
ricorda l'Heysel
di Paola Gonzo
Giuseppe aveva
14 anni, era col papà Amedeo che non tornò. "La
mamma Alberta si è impegnata per la città anche
per riempire il vuoto". "Io ho scelto
soprattutto il silenzio".
 BASSANO - A trent'anni
esatti dalla strage dello stadio Heysel di
Bruxelles del 29 maggio 1985 il tragico evento
viene ricordato da tutti i media. Tra le 39
vittime anche due bassanesi, l'imprenditore
Mario Ronchi e il dentista Amedeo Spolaore,
quest'ultimo a Bruxelles in compagnia del figlio
Giuseppe il quale, miracolosamente scampato alla
strage di cui rimase invece vittima il padre,
riporta una viva testimonianza di quanto accadde
quella maledetta notte.
Lei era appena
quattordicenne quando si verificò la strage che
oggi riesce - quasi per miracolo - a raccontare.
Cosa ricorda di quella sera ?
"In realtà siamo in
molti ad essere tornati a casa e, quindi, se di
miracolo si vuol parlare, va detto che esso
coinvolse un gran numero di persone. Tutto
accadde molto in fretta, in maniera quasi
rocambolesca, e la consapevolezza del fatto che
stava capitando qualcosa fuori dall'ordinario
era vivissima. Ho pensato di morire: la
pressione della gente che mi sovrastava era
talmente forte da aver radicato in me la
certezza che non sarei sopravvissuto a lungo in
tali condizioni".
Poi, invece, è scampato
alla strage, al contrario di suo padre. Che
ricordo ha di lui e cosa ha raccontato ai suoi
figli e nipoti riguardo al nonno ?
"Mio padre era un gran
lavoratore, un uomo rigoroso ed intelligente,
nonché impegnatissimo a gestire i suoi tre studi
dentistici e, in generale, l'attività
professionale. I miei figli e quelli delle mie
sorelle, Elena e Francesca, sanno di avere un
nonno in meno, ma non abbiamo mai parlato di lui
in maniera particolare anche se, immagino, le
mie nipoti più grandi conosceranno la sua storia
per averla sentita raccontare".
Cosa pensa del fatto
che appena dopo la strage venne disputata la
partita, mentre ancora si lavorava a fare il
conto delle vittime ?
"All'inizio la cosa mi
fece molta impressione, anche se, per scelta,
non mi son mai preoccupato di approfondire la
vicenda. In seguito, sentendo dire che le
squadre avevano giocato per rispettare un codice
di sicurezza, ho realizzato che forse questa
poteva rivelarsi una giustificazione adeguata, e
ho quindi parzialmente cambiato la mia visione
delle cose".
Come ha reagito sua
madre, Alberta Bizzotto, alla tragedia che ha
colpito la vostra famiglia ?
"Mia madre è sempre
stata una donna estremamente vicina ai suoi
figli, nonché molto attiva sia in ambito
parrocchiale - era catechista nella parrocchia
di Santa Maria in Colle - sia nei vari organismi
rappresentativi, tra cui quello scolastico. Dopo
la morte di mio padre ha acquisito una nuova e
profonda consapevolezza di sé che l'ha portata
ad impegnarsi con totale dedizione anche in
ambito politico, forse proprio per riempire il
vuoto lasciato dalla scomparsa del marito. Credo
che, quindi, le sia venuto piuttosto naturale
accettare la richiesta di candidatura per
l'allora Dc, attivandosi pienamente anche dal
punto di vista civico".
Da sopravvissuto
dell'Heysel, qual è oggi il suo rapporto con lo
sport ? È mai più entrato in uno stadio ?
"Sono sempre stato un
grande appassionato di sport e, quindi, posso
dire di non essermi portato dietro dal 1985
particolari traumi se non quello di un certo
timore qualora mi salgano addosso delle persone,
situazione alla quale forse reagisco in maniera
più forte rispetto alla media. Allo stadio ci
son andato più volte, anche se all'Heysel non
son più tornato, e non per paura di risvegliare
ricordi dolorosi, ma solo perché non ne ho mai
avuto l'occasione".
Cosa pensa del fatto
che sia stato scritto un libro in memoria della
strage dell'Heysel e, quindi, anche di suo padre
?
"L'iniziativa,
chiaramente, fa piacere. Tuttavia, a dirla
tutta, io non ho mai parlato volentieri della
vicenda, ho sempre cercato il silenzio, forse
quale forma difensiva per quanto ci è successo.
Il ricordo è importante e lo valuto
positivamente, ma è senz'altro mia madre ad
esservi legata maggiormente e con più fervore".
Fonte:
Ilgazzettino.it
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28 maggio 2015
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29 maggio 1985,
per non dimenticare
Intervista a
Giuseppe Spolaore
All’età di 14
anni era all’Heysel con il padre Amedeo che
purtroppo è una delle 39 vittime. Dialogo tratto
dal libro "Ho fatto piangere il Brasile" di
Paolo Rossi, edito da Limina nel 2001.
Giuseppe Spolaore era
un ragazzino gracile e introverso quando visse
quel dramma che gli segnò la vita. Per anni non
ne ha mai voluto parlare, troppo grande la
ferita, troppo cruda quella realtà segnata da un
dolore lacerante in ogni poro della pelle, in
ogni angolo del cuore. Tra il cemento rattoppato
della curva Z dello stadio Heysel perse per
sempre il padre Amedeo, e si salvò per caso dopo
aver visto la morte baciarlo in una stretta
avviluppante.
Giuseppe, in quei
momenti hai pensato che per te fosse finita ?
"Dopo l’incredulità e
il panico di chi si stava rendendo conto di ciò
che stava per accadere mi sono sentito travolto
da quell’onda umana che mi ha sbattuto lontano e
poi risucchiato. Non ho più visto mio padre, che
era accanto a me. Sono caduto come tanti,
schiacciato da una pressione così potente quanto
improvvisa. Avevo diverse persone sopra di me e
neanche un briciolo di forza per dimenarmi, per
difendermi. Ero terribilmente pigiato sotto la
folla. Mi sembrava che il torace fosse prossimo
a scoppiare. Non riuscivo più a respirare e cosi
è stato per un tempo che ora non riesco a
quantificare ma mi è sembrato lungo.
Lunghissimo. Parrà strano ma in quei momenti ero
invaso da una grande calma, probabilmente stavo
per svenire, non lo so, era una sensazione
dolce. Si dolce, sicuramente non sgradevole. E
cosi, in questo modo, mi piace pensare sia morto
mio padre".
Come sei riuscito a
cavartela ?
"Non lo so
sinceramente. Per motivi che sfuggono alla mia
comprensione, quando ormai avevo perso ogni
speranza, mi sono trovato sopra ad altri e
libero dalla morsa. Steso e stremato ho inalato
forte tutta l’aria che potevo e ho guardato il
cielo. Quel cielo roseo. Avevo già perso le
scarpe e subito una frattura piuttosto brutta.
Sapete una cosa ? Non sentivo alcun dolore".
E poi qual è stata la
tua reazione più immediata ?
"In qualche modo sono
riuscito a rialzarmi in questo groviglio umano,
e devo dire che, purtroppo, mi sembra di aver
calpestato persone su persone pur di scappare
verso il basso, verso una via di fuga. Sospetto
di aver fatto proprio cosi, non ricordo bene.
Forse l’ho rimosso, certo non ne vado fiero, ma
nello stato in cui ero è stata una reazione
istintiva. Anche se non credo di aver recato
danni agli altri, ero un adolescente magro,
esile e per di più scalzo. Mezzo rotolando,
mezzo strisciando sono arrivato giù, in basso,
dove c’era una rete metallica di protezione
completamente sfondata. Li ho visto cose che non
scorderò mai: cadaveri gonfi e sanguinanti come
fossero stati infilzati da più lame. Quando sono
riuscito ad arrivare in campo ho cominciato a
fare cose strane: camminavo intontito come un
ubriaco che aveva perso la strada di casa.
Girovagavo attorno pur avendo il femore
fratturato e i legamenti fuori posto ma era come
mi avessero anestetizzato. Guardavo tutto
d’intorno, e ciò che vedevo era indefinito, le
voci, i suoni, i colori, le immagini. Sinistre
sirene d’ambulanza, ronzii d’elicotteri, i
lamenti, le urla. Poi ricordo di essermi fermato
e seduto sull’erba accanto alla porta di gioco:
osservavo fisso quello strano, improbabile,
tappeto umano che copriva una parte di stadio.
Un patchwork di morte".
Hai più visto tuo padre
?
"Devo ammettere che ho
vissuto uno stato di trance, retrospettivamente
se penso a come mi sono comportato non riesco a
trovare un filo logico. Sicuramente ero poco
lucido. Ad essere razionale avrei dovuto
guardare, cercare mio papà, vedere se gli fosse
capitato qualcosa, soccorrerlo. Ma non ero
razionale. Sentivo d’essere impotente, debole,
come in un incubo quando vorresti scappare e
senti le gambe legate al suolo, pesanti come
macigni. Strana sensazione. Intimamente, però,
ero certo che lui se la fosse cavata come me,
anzi meglio di me. Non ho pensato neppure per un
attimo che potesse essere morto. Invece, se ne
era andato portando con sé un mistero. Avevo
un’età che proprio allora mi avrebbe consentito
di cominciare a conoscerlo. Con lui non ho mai
parlato da uomo a uomo: è questo il mio
rammarico più grande. L’ho perso quando stavo
per trovarlo".
Che ti viene spontaneo
di dire dopo tanti anni da quel 29 maggio del
1985 ?
"Devo essere sincero.
Ho deciso di parlarne perché probabilmente è
giunto il momento di rivisitare quei momenti,
con il sentimento di chi, ormai uomo maturo, non
sa darsi una ragione per ciò che è successo. Le
hanno date gli altri, ci sono stati processi e
tante interpretazioni, personalmente ho cercato
più di rimuovere che di analizzare. Anche se la
prima sensazione che mi viene in mente è quella
di classificare l’accaduto in qualcosa di molto
simile a una calamita naturale. Si sono
intrecciate e sovrapposte una serie di concause
talmente consequenziali e perverse nel loro
succedersi da rendere tutto follemente
dirompente. Sicuramente gli hoolingans sono
stati il fattore scatenante, ma anche l’assenza
di polizia, la struttura inadeguata dello
stadio, le uscite di sicurezza mancanti, la
tipologia di persone che come noi si trovavano
in quel pezzo di curva, l’organizzazione
carente, hanno fatto il resto. Personalmente non
ho più rivisto immagini televisive, né mi sono
documentato leggendo giornali: avevo già visto
abbastanza. Tutto ciò, forse per autodifesa,
forse per l’esigenza di cancellare in me una
cosa più grande di me".
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Quanti anni avevi ?
"Avevo quattrodici anni
e, fatalità, era la prima volta che andavo allo
stadio. Non ero mai stato un tifoso di quelli
sfegatati, anzi avevo cominciato da poco a
seguire il calcio con una certa passione.
Diciamo dal Mondiale dell’82. Quella squadra mi
aveva dato grandi emozioni: Pablito - Cabrini -
Tardelli - Scirea - Zoff… Quasi di conseguenza
sono diventato juventino. Ricordo che quando
perdemmo la finale di Coppa Campioni ad Atene
con l’Amburgo ci rimasi molto male".
Come avete deciso di
andare a Bruxelles ?
"Ci tenevo in modo
particolare, finalmente quel trofeo stregato era
a portata di mano, una rivincita dopo la
delusione patita nella finale precedente. Io,
quello smacco di Atene, con quel gol strano da
fuori di Magath, l’avevo vissuto davanti alla
televisione. Stavolta un gruppo di amici di mio
padre aveva comprato un pacchetto comprensivo
del volo speciale da Venezia e del biglietto
d’ingresso alla partita presso un’agenzia di
viaggi, mi sembra di Treviso. Siamo partiti
molto presto la mattina da Bassano del Grappa.
Ricordo che mia madre si affacciò alla finestra
e ci salutò. Sarà l’ultima che vedrà mio padre.
Già, e pensare che all’ultimo momento lui stava
per tirarsi indietro: aveva paura dell’aereo.
Pensa te il destino ! Tra l’altro, dimenticavo,
poco prima di imbarcarci ci dissero che per
problemi, non so di che tipo, il biglietto non
sarebbe stato del settore "distinti", come
previsto, ma di curva. Prendere o lasciare.
Figuriamoci, a quel punto, chi sarebbe rimasto a
casa. Io no di certo, potete immaginare
l’emozione, contavo i minuti, le ore che mi
dividevano dall’evento. Curva o non curva,
bastava esserci. Purtroppo".
Ma quando avete
cominciato a temere il peggio ?
"Tutto iniziò circa
un’ora prima dell’incontro con il lancio di
oggetti vari da parte dei tifosi inglesi dai
quali ci divideva solo una rete sottile e
instabile, insomma, praticamente inutile. Di là
teppisti, molti dei quali ubriachi, abituati
allo scontro, agli assalti. Cantavano a
squarciagola la loro triste ballata You’ll never
walk alone che risuonava minacciosa come un
tribale messaggio di guerra. Di qua noi, gente
normale, famiglie-bambini-persone di una certa
età, gente inerme, mite. E’ stato questo il
guaio. Rispetto a noi erano anche abbastanza
distanti, ma quando hanno cominciato ad
attaccare, a spingersi in avanti, a colpire
all’impazzata con le aste delle bandiere, con
lattine di birra, lamette e quant’altro, la
gente si è spaventata ritraendosi a fisarmonica.
Nessuno li ha affrontati a muso duro. In pochi
minuti, quella curva senza vie d’uscita si è
trasformata in una trappola per topi. Terribile.
Devo dire però che nonostante ciò non sono mai
riuscito a provare vero rancore nei confronti
degli hooligans. Sarebbe stato normale
coltivare, forse per anni, forse natural
durante, l’odio nei confronti di questa gente.
Non c’entra lo spirito cristiano, anche se io lo
sono, o la cultura del perdono. Probabilmente il
fatto di non aver nessun contatto diretto con
loro, nessun faccia a faccia, il fatto di non
averli mai visti negli occhi ha giocato la sua
parte. Non ho provato odio ma solo pena. Provo
pena per loro".
Cosa pensi del fatto
che sia stata disputata egualmente la partita, e
del famoso giro d’onore dei giocatori al termine
con la coppa ?
"Forse non sono la
persona più adatta a rispondere. Ho saputo, solo
qualche giorno dopo che la Juventus aveva vinto.
Io mentre giocavano mi trovavo all’ospedale di
Bruxelles. Poi tornato in Italia non ho più
voluto sapere nulla, mi sono isolato nel mio
letto dove sono rimasto per circa un mese
ingessato. Non conosco motivazioni,
giustificazioni o ipotesi. Come ho già detto
avevo visto fin troppo, perciò non ho letto
giornali, né riguardato immagini televisive di
quella sera. Comunque non mi è piaciuto il fatto
che abbiano giocato se è questo che volete
sapere. Non realizzo, mi risulta inconcepibile:
lì, a pochi metri dal campo, c’erano cadaveri da
spostare. Con quale spirito si può correre
dietro a un pallone come nulla fosse ? Spero
oggi ci sia più sensibilità, voglio credere che
l’Heysel i suoi morti, siano serviti almeno a
quello. Almeno".
Fonte:
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29 maggio 2009
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