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Vincenzo Claudio Spagnolo 29.01.1995 "Spagna"
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LA TRAGEDIA LA GIUSTIZIA STAMPA e WEB LA MEMORIA AUDIOVISIVI

Genova, 29 Gennaio 1995

Il 29 Gennaio 2012 è stato il diciassettesimo anniversario della scomparsa di Spagna. La morte di Vincenzo è stato un passaggio fondamentale per il movimento Ultras italiano; molte tifoserie, compreso la nostra, si dissociarono da questo comportamento con striscioni e comunicati dal titolo "Basta Lame Basta Infami". Noi vogliamo ricordare Spagna con un articolo tratto dal sito lapadovabene.it: "ultras è vita non lo dobbiamo dimenticare !".

Sono passati esattamente 17 anni. Era una fredda domenica di fine gennaio, ed a Genova arrivava il Milan, campione d’Italia ma soprattutto rivale storico dei rossoblù. Certo, i milanesi non sono mai stati amati in Liguria, soprattutto perché visti come "invasori" durante le vacanze estive, ma in questo caso l’estate non centrava veramente un cazzo: un tempo le due tifoserie erano gemellate, fino al 1982 quando il Milan vinse a Marassi un delicatissimo scontro salvezza ed i genoani assaltarono i milanisti. Da quel momento il vecchio gemellaggio divenne una delle più grosse rivalità della storia ultras italiana: i milanisti andavano a fare la guerra a Genova, e lo stesso facevano i Grifoni a Milano. Qualche genoano si era ritrovato tagliato nel corso degli anni, ma non credo che i rossoblù rimanessero a guardare… In quel periodo inoltre uno dei gruppi storici della curva rossonera stava attraversando una fase assai delicata: le Brigate Rossonere si erano infatti divise, ed al gruppo storico formato prevalentemente da ragazzi legati ad un’area politica di sinistra ed ai centri sociali milanesi se n’era affiancato un altro formato dai più giovani, con l’appoggio di qualche elemento storico e di gruppi satellite come il Gruppo Brasato (che all’epoca erano un po’ l’ala radicale e sbandata della Curva Sud di Milano), ideologicamente vicini alla destra, anche se dubito che la politica fosse realmente un elemento vincolante per loro. Questa nuova "cellula" prese il nome di Brigate Rossonere 2, e non aveva uno striscione proprio: semplicemente in Curva Sud, il gruppo storico si posizionava sulla sinistra guardando la curva, dietro la metà di striscione con scritto "Brigate"; mentre le BRN 2 si mettevano dalla parte opposta, dietro la metà con scritto "Rossonere". Il Gruppo Brasato invece continuava ad esporre il proprio striscione sopra quello del gruppo, nessun problema. Una spaccatura silenziosa ma "strisciante", di cui tutti sapevano e nessuno parlava, giustamente. In fin dei conti erano cazzi loro. Scopo delle BRN 2 chiaramente era quello di prendere pian piano il comando dell’intero gruppo. Uno dei leader di questa formazione era Carlo Giacominelli, che nei giornali veniva spesso indicato come "Il Chirurgo" anche se questo soprannome personalmente mi sapeva molto di fantasia giornalistica: in realtà era un commercialista trentunenne, che nell’estate del 1994 insieme ad altri tre (tutti inquisiti nella morte di Spagnolo) aveva guidato la scissione che portò alla nascita delle BRN 2. In curva aveva un nome fin dal 1983, quando a Perugia aveva accoltellato un tifoso locale durante gli scontri. Nel 1986 poi era stato coinvolto in una sparatoria per questioni di viabilità. Ma era pur sempre figlio di buona famiglia, e se l’era saputa cavare… Simone Barbaglia era un mio coetaneo, all’epoca poco più che diciottenne. Come molti miei coetanei, aveva abbandonato presto la scuola e faceva il giardiniere. Juventino fin da piccolo, si era poi avvicinato alla curva rossonera negli anni dell’adolescenza finendo per aggregarsi alle BRN 2 per questioni di amicizia e di frequentazioni, come spesso accade. Nei giorni immediatamente successivi al suo arresto, si parlava di lui come appartenente ad un "fantomatico" Gruppo Barbour. Nel corso degli anni ho appurato che una formazione del genere esisteva realmente in Curva Sud a Milano: più che un gruppo era una banda, senza striscione o materiale di riferimento, senza colori, si distinguevano dagli altri solo per il fatto di indossare una giacca allora molto di moda, il Barbour appunto. Di sicuro si distinguevano dalla massa dei curvaioli italiani che all’epoca indossavano il bomber come una vera e propria divisa. Una sorta di primordiali "casuals". Non ho tuttavia appurato se Barbaglia facesse realmente parte di questa banda, so che al momento del suo arresto indossava appunto un Barbour, e che negli anni successivi qualcuno che conosceva i fatti meglio di me mi spiegò come quelli del Gruppo Barbour fossero in realtà estranei alla spedizione di Genova organizzata dalle BRN 2. Non avendo sufficienti elementi in mano, preferisco non dare nulla per scontato… Descritto da molti come un ragazzo aggressivo ed insicuro, Barbaglia probabilmente cercava l’accettazione all’interno del gruppo. Ma al di là di tutto conduceva una vita tranquilla come molti ragazzi della sua età: lavoro durante la settimana, stadio la domenica, e la riunione del gruppo che si svolgeva in una sera infrasettimanale presso la Pizzeria "Sorriso" in zona Bovisa. Durante queste riunioni si sarà sicuramente parlato della trasferta di Genova, e di come fosse un banco di prova importante per un gruppo che voleva emergere come le BRN 2. Un’eventuale bella figura avrebbe fatto guadagnare punti e considerazione al gruppo all’interno della stessa Curva Sud, una figura di merda al contrario li avrebbe marchiati per sempre. Funziona così. Per questo bisognava pianificare per bene l’azione, anche perché Genova non è mai stata una passeggiata per nessuno, figurarsi per una tifoseria odiata come i milanisti ! Inoltre pare che Barbaglia avesse una sorta di venerazione nei confronti di Giacominelli, tanto che nei giorni precedenti la trasferta di Genova si era procurato tramite un amico di stadio minorenne un coltello a farfalla, proprio per non essere da meno rispetto al suo capo. "Mi serve per tagliare un genoano !" aveva detto all’amico, ma forse non ci credeva nemmeno lui…

Quella mattina, una trentina di ragazzi appartenenti alle BRN 2 si ritrovò alla stazione di Milano Centrale con l’obiettivo di prendere il treno intercity delle 11:15. Il resto della tifoseria rossonera era partito con un treno speciale alle 10 del mattino. L’obiettivo era viaggiare in incognito su un treno di linea, senza sciarpe né altri vessilli che potessero identificarli come milanisti, aggirare la scorta di polizia e presentarsi viso a viso con i genoani. Non erano i primi i milanisti a fare il "numero" del treno di linea: gruppi come i veronesi, Opposta Fazione della Roma o i Mods Bologna lo facevano per abitudine per dire; perfino noi padovani (che non eravamo male, ma eravamo pur sempre una tifoseria di secondo piano rispetto ad altre) ci muovevamo in questo modo in molte trasferte… Probabilmente le BRN 2 erano il primo gruppo milanista a presentarsi in un certo modo a Genova. Erano pochini forse, ma tutti avevano il loro bel coltello pronto all’uso. Del resto, a quei tempi era una pratica abbastanza diffusa nelle curve. E poi, quale adolescente non gira per Milano col coltello in tasca ? All’epoca quasi tutti l’avevano, credo che adesso siano forse pure peggiorate le cose… Del resto se vuoi andare a Genova in trenta a far casino è difficile che tu ci vada proprio a mani nude ! Vincenzo Spagnolo aveva ormai 25 anni, che in quel periodo significava essere ormai adulti. Aveva fatto parte della Fossa dei Grifoni, che ormai da un paio d’anni si era sciolta, ma continuava a frequentare la curva rossoblù. Era uno skinhead di sinistra, e pur frequentando il Centro Sociale Zapata di Genova non faceva attivamente politica. Preferiva occuparsi di volontariato, ed aveva una ragazza a Milano per studio, città nella quale aveva iniziato a frequentare il Centro Sociale Leonkavallo. Anche lui, un ragazzo come tanti. Ma uno che nella sua curva e non solo era parecchio conosciuto. Quel 29 gennaio 1995 era andato al ritrovo davanti la Nord. Erano in arrivo i milanisti, non era una partita qualsiasi. Non aveva l’abitudine di portare coltelli Vincenzo, o "Claudio" come veniva chiamato dagli amici. Si affidava tutto alla sua prestanza fisica, ai suoi pugni ed alla sua cinghia. Come molti ragazzi ultras. Di sicuro non poteva immaginare che la sua passione per il Grifone e per il mondo ultras gli sarebbe costata la vita. A mezzogiorno il treno speciale che trasportava i 900 tifosi del Milan era sbarcato a Genova-Brignole, ed i tifosi erano stati presi in consegna dalla polizia ed accompagnati verso Marassi. Un’ora più tardi erano arrivati i membri delle Brigate 2 ed avevano preso anche loro la strada di Marassi senza la scorta della polizia. Non avevano in realtà fatto molto per non farsi notare, anzi pare che durante il tragitto fino allo stadio avessero avuto più di qualche diverbio. Di sicuro ferirono un diciassettenne tifoso milanista di Tortona, scambiato per genoano, che si ritrovò il cranio ed il naso rotti. Poi, giunti a poche centinaia di metri dalla Nord, si riunirono per studiare la situazione. I genoani erano una marea, e pensare di aggredirli di fronte l’ingresso della loro curva era un suicidio vero e proprio. Così richiamarono la loro attenzione in una stradina laterale. Ci fu un primo scambio di colpi da cui i milanisti indietreggiarono, molti fuggirono in direzione degli ingressi dello stadio; poi una seconda carica in cui Spagnolo e Barbaglia si trovarono di fronte l’uno all’altro. Il milanista estrasse il coltello per intimorirlo, il genoano decise di fottersene e gli si fece sotto ritrovandoselo piantato sul petto. Dopo di che fu il fuggi fuggi generale. Vincenzo viene soccorso da Pippo Spagnolo, omonimo ma non parente, capo storico del Centro di Coordinamento del Genoa. Morirà durante il trasporto in ospedale. Nel frattempo le partite di serie A iniziano normalmente, anche a Genova. Quel giorno il Padova gioca in casa con la Sampdoria. Sono anni in cui non sono in molti ad avere il cellulare, figuratevi gli smartphone. Le uniche fonti di notizie sono le radioline, da cui cominciano ad arrivare le prime confuse notizie di gravi incidenti a Genoa-Milan e di due morti, forse tre. A Marassi intanto la tensione comincia a montare: nel momento in cui si diffonde la notizia della morte di "Spagna", a fine primo tempo, i genoani cominciano a tirare di tutto in campo ed a chiedere la sospensione del match. Migliaia di persone si riversano in strada e cercando di assaltare il settore ospiti per farsi giustizia sommaria. Al servizio d’ordine diranno: "Non l’abbiamo con voi. Lasciateci solo entrare dieci minuti, che sistemiamo la questione e ce ne andiamo !". Chiaramente la proposta è rifiutata, e comincia un lungo pomeriggio di guerriglia, con i milanisti assediati fino a notte fonda. In quegli anni si cantava spesso alle tifoserie avversarie in trasferta "A mezzanotte ! Uscite a mezzanotte !", mai come quel giorno fu vero per i milanisti. In quel momento io ero allo stadio a vedermi il Padova che prendeva una sonora scoppola dalla Sampdoria (1-4), in un clima alquanto strano. Già col passaggio dall’Appiani all’Euganeo e con lo scioglimento degli HAG in seguito alle numerose diffide rimediate dopo Padova-Vicenza dell’anno prima, la curva biancoscudata non era al top della forma (anzi, direi che in certe giornate era proprio triste, nonostante fossimo in serie A); quel giorno nessuno aveva voglia di cantare: si cercava di capire cosa era successo e cosa stava succedendo a Genova. Ad un certo punto i doriani iniziarono a rimuovere i propri striscioni e ad ammainare le bandiere. Non rimase più nulla appeso alla vetrata del settore ospiti, se non lo striscione da trasferta degli Ultras Tito, girato sul retro dove era stata composta col nastro adesivo la scritta "Tre morti bastano ?". Il riferimento era appunto alle vittime delle abitudini milaniste: Marco Fonghessi nel 1984 (tifoso del Milan, che pagò il fatto di avere la macchina targata CR prima di un Milan-Cremonese e si beccò una coltellata fatale…), Antonio De Falchi nel 1989 (romanista, aggredito vicino ai cancelli di San Siro e morto per infarto) ed appunto Vincenzo Spagnolo quel pomeriggio… Subito anche da noi nacque una discussione sul comportamento da adottare, ed un ragazzo disse al megafono: "Siccome i milanisti di merda hanno ammazzato un ragazzo, adesso per solidarietà stacchiamo tutti le bandiere !". Così facemmo, rimanendo in silenzio per tutto il secondo tempo. Giusto qualche coro contro i rossoneri a spezzare un’atmosfera anomala, ovattata, come se la partita non ci riguardasse più. A Marassi intanto i giornalisti riferivano di essere "sotto assedio", quando invece erano nella sala stampa davanti al loro bel buffet e con tre lati su quattro dello stadio sgombri, nel caso avessero voluto abbandonare l’area… Erano gli stessi che parlavano di "due, forse tre morti" qualche ora prima… Diciamo la verità, cercavano solo lo scoop, del ragazzo morto non gliene fregava un cazzo. Anzi, meglio così ! Avevano qualcosa da scrivere… La situazione tuttavia non era per niente tranquilla: credo che nel piazzale di Marassi ci saranno state almeno cinque o seimila persone ad aspettare i milanisti. Ivi compresa gente che non centrava un cazzo: sampdoriani, amici di Spagnolo, gente che aveva in culo i milanesi o che aspettava l’occasione buona per menare qualcuno…

Un ragazzo che si trovava nel settore ospiti quel giorno, mi raccontava che ad un certo punto era andato in bagno a pisciare, e nei cessi c’era una vera e propria ferramenta sul pavimento fra coltelli ed armi da taglio di tutti i tipi. Subito gli balenò in testa il pensiero che potesse arrivare qualche graduato ed affibbiargli il possesso di tutta quella roba, e con un morto che chiedeva giustizia non era una bella situazione. Se ne andò, tenendosi la pisciata in corpo per qualche oretta ! Solo dopo mezzanotte i milanisti poterono uscire da Marassi, a due a due. Venivano fermati, fotografati ed identificati, mentre alcuni genoani (presumo amici di Spagna) li identificavano nel tentativo di riconoscere il colpevole. Non si sapeva molto di lui, se non che indossava un Barbour. Tre ragazzi vennero subito fermati e portati in questura per accertamenti, tutti gli altri partirono alla volta di Milano. Non in treno, dato che i genoani avevano occupato i binari della stazione di Genova-Brignole, ma con pullman di linea. Solo verso le quattro fecero ritorno a Milano, ed all’alba Simone Barbaglia venne fermato mentre stava per aprire il portoncino del palazzo dove abitava. Il suo nome era saltato fuori, non si sa da chi, non si sa come… Di sicuro Barbaglia una volta in questura se la cantò alla grande, inguaiando anche tutti gli altri del gruppo che erano con lui a Genova. Uno dopo l’altro finirono nella rete Giacominelli e molti altri pesci grossi e meno grossi; anche se a dire la verità ho sempre avuto la sensazione che non fosse l’unico a cantare e che probabilmente a qualcuno lo smantellamento della cellula delle Brigate Rossonere 2 facesse anche comodo. Un po’ come quando ci si toglie il fango dalle scarpe. Ma sono solo illazioni… Ovviamente l’evento ebbe grande risalto mediatico, e per giorni non si parlò d’altro. Diciamola tutta: si sentivano stronzate di tutti i tipi ! I giornali, l’opinione pubblica, l’intero mondo dello sport si interrogarono sul perché e sul per come. Per la prima volta si cominciò a parlare di smantellare il tifo organizzato, come se il gruppo che aveva organizzato la spedizione di Genova fosse inquadrabile come "gruppo organizzato" e non piuttosto come una banda di "cani sciolti". Sono italioti, che ci volete fare… Per mesi, anni direi, gli ultras divennero "quelli che vanno allo stadio col coltello", ed anche qui niente di nuovo: l’opinione pubblica in questo paese è fatta così ! Negli anni ’80 gli ultras si drogavano, nel 1995 erano quelli che andavano allo stadio col coltello, dopo il 2001 cominciarono ad essere quelli che lanciavano i motorini dagli spalti e dopo la morte di Raciti sono semplicemente diventati "gruppi politicizzati che utilizzano lo stadio per pianificare scontri ed aggredire le forze dell’ordine" ! Sono passati quarant’anni dalla nascita dei primi gruppi ultras, e tutt’oggi possiamo dire che l’opinione pubblica italiana non sa un cazzo di cosa siano… E purtroppo questa mentalità ottusa ha portato negli anni a vere e proprie storture se non alla creazione di mostri ! Se oggi abbiamo la tessera del tifoso e le trasferte vietate a chi risiede in una città piuttosto che in un’altra, dobbiamo dire grazie proprio a questa ottusità che è tipica dell’italiota medio…

Ai funerali di Spagna c’erano tantissimi genoani e tantissimi militanti dei Centri Sociali. Molti quelli che all’uscita del feretro salutarono a pugno chiuso. Ed ovviamente qualche giornalista prese la palla al balzo per cercare di dare una coloritura "politica" allo scontro. Niente di più falso ! Vero che il gruppo delle Brigate 2 guardava verso destra e che in quegli anni i genoani erano una tifoseria molto sul "rosso", ma l’unico movente era la rivalità calcistica: avrebbero potuto fare lo stesso numero a Verona, sarebbe stata la stessa cosa, ma capitò Genova per uno strano destino del calendario… E quando alcuni vecchi amici di Barbaglia si stupirono che fosse proprio lui l’autore dell’omicidio, e tanti si ricordarono che lui da piccolo era juventino quindi non capivano cosa ci facesse coi milanisti, ecco subito che si ricamò sulla possibile presenza di gobbi fra le fila milaniste, in particolare dei Viking che provenivano in gran parte dalla Lombardia ! Certo, c’era stato giusto un paio di mesi prima il precedente della trasferta dei romanisti a Brescia, in cui era stato accoltellato il vice-questore della città lombarda, ed in cui agli ospiti si era mischiato un po’ di tutto fra estremisti di destra e gente che non c’entrava un cazzo col calcio. Si dice che ci fosse anche qualche laziale, ma non ci ho mai creduto molto. Ciò che era sicuro è che dopo quella storia, i giornalisti cercavano in tutti i modi di trovare qualche filo conduttore anche con la spedizione dei milanisti a Genova, e si attaccavano a qualsiasi cosa… La Gazzetta, tanto per dirne una, ci sguazzò per mesi proponendo un "viaggio all’interno delle curve ultrà" a puntate: un paio di mesi più tardi ricordo che presi in mano il suddetto giornale e ci trovai dentro un articolo dove si parlava di "Supermarket per ultrà" in cui si poteva trovare di tutto: dai fumogeni alle biglie d’acciaio, dalle spranghe di ferro alle molotov già pronte ! E che dire di tutti quei periodici che proponevano la loro personale "mappatura" degli ultras italiani ? Se ne leggevano di tutti i colori, dai sampdoriani "legati all’estrema destra" a quelli del Chievo "molto violenti e razzisti", con tanto di sigle e gruppi sciolti da tempo se non addirittura inventati di sana pianta ! La disinformazione è il loro forte… Ovviamente non potevano mancare le interviste agli "ultrà pentiti" e la storia strappalacrime della famiglia col figlio ultras, ormai estraneo al mondo dei genitori quasi come fosse parte di una setta o dei testimoni di Geova (o di Genova se preferite, visto che anche lì di testimoni ne saltavano fuori continuamente…); come non poteva mancare lo "sport per famiglie" che oggi è il rugby mentre all’epoca venne identificato nella pallavolo (avrebbero dovuto vedere qualche derby fra Petrarca Padova e Belunga Belluno di qualche anno prima per capire bene lo "sport per famiglie"…). Bisogna capire tuttavia la situazione: il fatto che Barbaglia fosse in realtà figlio di buona famiglia, aveva sconvolto un po’ tutti i vecchi cliché sugli ultras drogati, sbandati, figli di quartieri-ghetto o periferie disagiate tipici degli anni ’80. Bisognava reinventarsi la macchietta, ed ecco servito l’ultras giovane, annoiato, benestante ed armato di coltello !

Una settimana più tardi tutti i campionati di calcio e tutte le manifestazioni sportive vennero fermate, "per riflettere"… su cosa ? Sulla morte di un ragazzo che sarebbe potuta avvenire con le stesse modalità anche in discoteca o per strada ? C’è poco da riflettere se non si propongono dei modelli educativi diversi… Ad ogni modo fu l’occasione per gli ultras di tutta Italia per ritrovarsi a Genova e rendere omaggio a "Spagna". E, contemporaneamente, guardarsi in faccia e parlarsi. Fu, se vogliamo, un momento storico: due anni prima, in occasione della morte di Celestino Colombi molte curve avevano superato le rivalità calcistiche per unirsi dietro lo striscione "La morte è uguale per tutti"; ma mai prima del 1995 tutte le tifoserie italiane si erano ritrovate tutte assieme, in una sorta di "raduno". Anche in questo caso i riflettori erano puntati: si parlava da più parti di "tregua" fra ultras, e magari c’era qualche giornalista che sperava che succedesse qualcosa per aver così materiale su cui lavorare. Ma in realtà il raduno di Genova non fu nulla di tutto questo: ci si trovò per fare il punto della situazione, per prendere coscienza di quanto accaduto e per stabilire una sorta di "codice comportamentale" che fosse accettato e condiviso da tutti. Ne uscì un comunicato di matrice atalantina dal titolo "Basta Lame Basta Infami", con il quale gli ultras presenti prendevano le distanze da tutti quelli che usavano i coltelli. Indicativo un passaggio: Basta con questi, che Ultrà non sono, che cercano proprio a spese del mondo Ultrà di fare notizia, di diventare grandi ignorando il male fatto (come in questo caso irreparabile). Indicativo perché esplicita bene la situazione descritta all’inizio degli anni ’90. Indicativo, ma un po’ ipocrita. Nel senso che quanto scritto poteva essere valido se detto dagli atalantini (quelli che realmente hanno redatto il comunicato) ma che per conto mio ha poco valore se uno slogan (il "Basta Lame Basta Infami", titolo del comunicato) viene ripreso da interisti, romanisti o napoletani; tifoserie che con una certa oggettistica ci hanno sempre avuto a che fare, o che comunque anche se non la usavano in prima persona, "sapevano e tolleravano". Come del resto "sanno e tollerano" anche oggi, visto e considerato che certe brutte abitudini non sono scomparse anzi c’è chi ne ha fatto un vanto… Il discorso che non si può morire per una partita di calcio, che tanto piace all’opinione pubblica italiana, è giusto; ma proprio per un fatto che il tifo non è un buon motivo per uccidere… Ma per morire si fa sempre in tempo, anche allo stadio: può succedere per una coltellata, ma può succedere per una rissa a mani nude dove uno becca un calcio sulla tempia, può succedere perché uno scivola e si rompe la testa sui gradoni o semplicemente perché ha un infarto durante la partita… Che differenza fa ? Sempre di un morto si tratta… Ed il pur vero discorso che il tifo non è un buon motivo per uccidere, si scontra con la realtà delle curve italiane degli anni ’80-’90 dove giravano armi da taglio in abbondanza: forse non era il caso di pensarci prima ? Sicuramente non in certe realtà metropolitane dove molti ragazzi il coltello in tasca ce l’hanno dal lunedì al sabato e di sicuro non lo lasciano a casa la domenica… La curva è un contenitore sociale dove all’interno si trova di tutto, anche la delinquenza, ma i fatti dimostrano che non è colpendo la massa che si corregge il singolo (a meno che qualcuno non riesca a dimostrarmi che con la tessera del tifoso e tutti gli altri provvedimenti la violenza sia realmente scomparsa… Cosa difficile come ben sappiamo !); ed i fatti avrebbero dovuto dimostrarlo già all’epoca, visto che parliamo di un periodo contrassegnato da curve allo sbando e gruppi storici che cedevano il passo… O pensiamo che sia tutto casuale ? Il raduno di Genova fu un ottimo passo per gettare le basi per un dialogo fra ultras, e se oggi si è arrivati a situazioni di una certa unità (diciamo "quasi" totale) come in occasione della morte di Gabriele Sandri e dell’introduzione della Tessera del Tifoso, non bisogna dimenticare che si è partiti da Genova il 5 febbraio 1995. Ma imporre un "codice comportamentale" a realtà frastagliate e variegate come le curve degli stadi, dove all’interno si trova di tutto, secondo me è un esercizio inutile. Dovrebbero in caso essere i capi o "responsabili" delle singole realtà a prendere i dovuti provvedimenti nella propria città, ma ho la sensazione (anzi non è per niente una sensazione !) che in molte realtà certe storie facciano comodo ! E non a caso pochi mesi più tardi le lame rispuntarono nuovamente, in occasione di un Lazio-Juve di Coppa Italia… Naturalmente non poteva mancare l’ennesima legge ad hoc per la violenza negli stadi ! Ministro degli Interni allora era Maroni (ma guarda un po’…) che all’apparenza non fece nulla di straordinario... Quasi nulla: introdusse semplicemente la misura del Daspo ! Cosa cambiava ? Innanzitutto, se prima del 1995 il provvedimento di diffida (di fatto una restrizione della libertà personale) veniva emesso dal GIP dopo aver letto il rapporto della polizia su eventuali incidenti, con il Daspo ad occuparsene divenne il questore in persona, il quale si trovava i provvedimenti belli pronti sul tavolo e non doveva far altro che apporre un timbro ed una firma. Del resto, la stessa struttura della legge lo scaricava da ogni responsabilità, e lo stesso Daspo per la sua struttura amministrativa divenne impugnabile solo di fronte al TAR. Inoltre i destinatari del Daspo potevano essere obbligati a firmare in questura negli orari delle partite sempre per disposizione del questore, mentre nelle città in cui questa misura era stata precedentemente adottata era sempre il GIP a decidere per l’eventuale obbligo di firma, in base alla presunta pericolosità dei soggetti o al pericolo di reiterazione del reato… Nel concreto cambiò che da lì in poi diventa molto più facile per le questure emettere un provvedimento di diffida, e che si assisterà spesso e volentieri ad autentiche piogge di diffidati, spesso e volentieri anche per motivi risibili. Diffide che alla lunga finiranno con lo sfaldare molte curve e molti gruppi storici… In qualche maniera da quel 29 gennaio 1995 fu una sorta di "spartiacque" per il mondo ultras, da lì in poi cambiò un po’ tutto: l’epoca d’oro degli anni ’80 venne definitivamente archiviata, e cominciarono i problemi sempre più grossi, talvolta esterni (vedi repressione), talvolta interni con screzi sempre più pesanti fra capi storici e nuove leve e curve sempre più divise. Molti personaggi di spicco un po’ in tutta Italia cominciarono ad abbandonare la scena, finendo col creare vuoti sempre più difficilmente colmabili. I risultati chiaramente non si videro nell’immediato, ma si cominciarono a tirare le somme negli anni immediatamente successivi quando ormai era chiaro a tutti che le curve non erano assolutamente più quelle di un tempo. In quel periodo all’interno delle tifoserie italiane si diffuse una parola tanto profonda nel significato quanto vuota nei fatti: "Mentalità Ultras" ! L’intento sicuramente nobile è quello di "regolamentare" un movimento che nella seconda metà degli anni ’90 conta ancora diverse migliaia di aderenti, stipulando una sorta di "codice d’onore" fra tifoserie a cui tutti coloro che si sentono ultras dovrebbero attenersi. Ma la realtà dei fatti è ben altra, e dimostra che ogni tifoseria, ogni città, ogni singolo gruppo ha la propria "mentalità" spesso in antitesi non solo a quelle di tifoserie nemiche ma anche ad altri gruppi della propria stessa curva, e non è disposto a "venire incontro" agli altri. A seguito di quella tragica giornata, Barbaglia venne condannato a 11 anni di galera nel 1997, ed uscirà nel 2006 per effetto dell’indulto. Dopo aver ucciso una persona e dopo aver trascinato nel vortice allegramente tutti i suoi vecchi amici. Gli altri protagonisti di quella spedizione se la cavarono con condanne più lievi. Oggi Giacominelli, il "Chirurgo" è un apprezzato commercialista che ha svolto anche consulenze per la Lega Nord. Molti chiusero lì con lo stadio: le Brigate Rossonere 2 furono solo un ricordo, e lo stesso Gruppo Brasato sparì per molti anni dalla scena prima di ritornare negli ultimi tempi in occasione di una trasferta ad Auxerre (una sorta di rimpatriata, Auxerre era stata la loro prima trasferta europea nel 1985 quando ancora si chiamavano Gruppo Emergente). Il Gruppo Barbour credo che cambiò semplicemente giacca per andare alle partite. Negli anni successivi le Brigate Rossonere subirono un forte processo di rinnovamento e rifondazione da parte di uno dei personaggi storici della Sud, ed oggi si sono fuse con altri gruppi nel progetto "Curva Sud Milano". Milan e Genoa non si sono più incontrate per anni (al termine di quella stagione avemmo noi l’onore di spingere il Genoa in serie B) e quando si sono rincontrate i tempi erano decisamente cambiati: alla prima trasferta a Marassi, l’Osservatorio aveva deciso di dare la possibilità ai possessori della Tessera del Tifoso "Cuore Rossonero" di partecipare, e 371 tifosi milanisti si erano messi in moto. Chiaramente i genoani si erano mobilitati per fargli pagare la morte di Spagna, scrivendo fra le altre cose un comunicato che a mio modo di vedere è indegno per una tifoseria dalla grande storia come quella rossoblù. E così il sabato sera alle 23 (il giorno prima della trasferta… Così vanno le cose in itaGlia !) l’Osservatorio fece un clamoroso dietrofront facendo disputare il match a porte chiuse, con buona pace di quello strumento inutile che è la tessera del tifoso (e di tutti quelli che l’hanno sottoscritta convinti che sia un lasciapassare universale). Lo scorso anno invece i milanisti (sempre che avessero sottoscritto la tessera benedetta…) furono liberi di andare, in una Genova blindatissima. Non successe granché, ma il fuoco cova ancora sotto la cenere… Alla fine della fiera, l’unico ad averci realmente rimesso era proprio colui che aveva meno colpe: Vincenzo "Claudio" Spagnolo. Morto da ultras, mentre difendeva il proprio territorio. Ucciso da un ragazzino che giocava a fare l’hooligans, per trovarsi poi invischiato in storie molto più grandi di lui. Per questo, "Spagna" avrà sempre il mio rispetto… RIP ! Fonte: Lapadovabene.it ("Ultras è vita non lo dobbiamo dimenticare !)

6 Febbraio 2012

Fonte: Boysparma1977.it

Fonte Fotografie di Repertorio: Magliarossonera.it

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