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L'ultima curva  2015  Nereo Ferlat
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Sono un sopravvissuto della curva Z. Io la "signora in nero" l'ho toccata con mano e mentre avevo ormai salutato mentalmente i miei cari e la vita, trovandomi schiacciato tra migliaia di persone che cercavano di sfuggire alla morte, un'ennesima spinta mi ha proiettato verso l'alto, non so neanch’io come (le immagini televisive lo testimoniano), passando sopra inermi tifosi caduti, calpestati e urlanti dolore o già morti, mi sono ritrovato in campo sano e salvo ! Questo, perciò, è un debito di coscienza: io mi auguro, con questo memoriale-verità, di poter nel mio piccolo, contribuire affinché queste vittime, con il loro sacrificio, non siano morte invano, ma siano state le ultime di questa pseudo-società che rifiuta di vedere e di capire anche davanti all'evidenza. Nereo Ferlat

A trent’anni di distanza da quel fatidico evento, la perseveranza da parte di migliaia di tifosi juventini che hanno passato il timone del ricordo alle generazioni a venire, fa sì che i 39 Angeli dell'Heysel siano al nostro fianco. Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, e se è un cuore grande come quello di Nereo e dei tanti che ne tramandano perseveranti Ia memoria, i Martiri dell’ Heysel rimarranno con noi. Per sempre. Beppe Franzo

25 Aprile 2015

Fonte: L'ultima curva (Novantico Editrice)

Tifosi, il rispetto è nel ricordo

di Nereo Ferlat

Caro Direttore, visto ciò che è successo in questi giorni dove  da più pulpiti si chiede scusa per offese ricevute e rinviate al mittente: dove si rischia di far esplodere il prossimo derby in concomitanza delle festività natalizie, dove sui social sta montando una rabbia ingiustificata, dove si sta spalmando di violenza verbale quello che dovrebbe essere solo un evento sportivo e basta, dove stanno spuntando da entrambe le parti striscioni e cori (tutti colpevoli), vorrei segnalare che ci sono anche granata e juventini che da anni stanno cercando di tendersi una mano e di combattere ogni forma di violenza nel nome dello sport. Insieme si è fatta una mostra itinerante "70 Angeli in un unico cielo", dove erano accomunati in un unico abbraccio i 31 caduti di Superga ed i 39 di Bruxelles insieme; ogni 29 maggio ci si ritrova a Reggio Emilia al monumento eretto a ricordo delle vittime di quella tragedia in terra belga; insieme si va nelle scuole a parlare ai giovani di queste tragedie affinché non accadano mai più e perché si tifi solo per e non contro. Il calcio va vissuto senza farsi forza con un coro o uno striscione per infangare chi è morto per rincorrere un sogno dietro ad un pallone.

28 ottobre 2018

Fonte: Tuttosport

Ferlat sopravvissuto a Bruxelles: "dopo 33 anni quella lezione deve insegnarci a rifiutare l'odio"

"Studiate l’Heysel"

di Guido Vaciago

"Il 29 maggio 1985 morirono anche tre interisti. Assurdo che il tifo sia sempre più spesso contro e non a favore".

Le urla gli resteranno per sempre nella testa. "Non si cancellano. Così come le immagini di quei secondi che mi capitano di rivedere come in moviola, rivivendo ogni volta la stessa angoscia". Trentatré anni fa, il 29 maggio del 1985, Nereo Ferlat era a Bruxelles, con un biglietto della Curva Z dello stadio Heysel da una parte e un destino benigno dall’altra. Dell’immane tragedia di quella notte Ferlat è un sopravvissuto. E non sa bene neppure lui come. Ha il ricordo della folla che lo solleva per aria "come un tappo di champagne" e la visione della rete di recinzione del campo che finalmente cede e permette a molti di trovare la salvezza, "purtroppo anche calpestando corpi di coloro che non ce l’avevano fatta". La tragica crudezza della notte dell’Heysel va rivissuta ogni anno, perché il tempo non la trasformi in un’icona asettica o in un santino, da celebrare o peggio ancora da insultare. L’Heysel è paura, sangue e morte, tutte tremendamente vere. Lo deve aver presente chi ricorda e lo deve sapere chi infama. Perché l’Heysel è una lezione da studiare anche a 33 anni di distanza, anzi forse soprattutto a 33 anni di distanza. "Siamo ancora qui a odiare. Significa che il senso di quella notte non l’abbiamo capito ancora molto bene. Negli stadi e sui social ci sono ancora troppa rivalità e astio. Il tifo è quasi tutto contro e sempre meno a favore della propria squadra. Sono logiche perverse e malate. Bisogna ripassare la lezione dell’Heysel. Sono felice che si ricordino le vittime di Bruxelles ad ogni partita della Juventus, meno entusiasta dell’idea che lo si faccia gridando "odio Liverpool". Perché l’odio è proprio quello che dobbiamo sconfiggere per evitare altri Heysel", spiega Ferlat. Naturalmente ancora più atroce è chi insulta la memoria di quei morti. "I tifosi avversari non capiscono, anche loro probabilmente non sanno di quello che parlano o cantano". Perché quella notte non sono morti 39 juventini, ma 39 appassionati di calcio, 39 persone che potevano amare qualsiasi squadra e la cui vita è stata spezzata in uno stadio dal destino e dalla colpevole incompetenza delle autorità belga. "Ci sono anche tre interisti fra le 39 vittime. Persone che avevano accompagnato amici juventini", spiega Ferlat, rendendo ancora più assurdo il gesto di chi insulta pensando di insultare la Juventus in senso lato. "Bisogna educare. Sì, l’unica via d’uscita è l’educazione. Spesso vado nelle scuole a raccontare ai ragazzi l’esperienza dell’Heysel, un fatto accaduto molti anni prima della loro nascita, ma che può insegnare loro qualcosa. È incoraggiante la loro reazione, mi fanno domande e sono sempre molto interessati. Io cerco di spiegare loro quanto la passione per il calcio sia una cosa positiva, ma vada vissuta in un modo consapevole e civile. Sono ottimista, quei semi gettati un giorno germoglieranno. Certo, poi se vado a vedere una partita di calcio giovanile, il comportamento dei genitori mi imbarazza". Dalla cultura dell’insulto, infatti, nasce la violenza verbale che può facilmente trasformarsi in violenza autentica. Ripetere un Heysel, oggi, è più difficile perché "passi in avanti per quanto piccoli ne sono stati fatti", concorda Ferlat, ma - attenzione! –  non è impossibile rivivere una notte così nera se non si inverte una preoccupante tendenza che, anche attraverso i social, trasmette e propaga l’odio. "Domenica ero a Reggio Emilia per la commemorazione davanti al monumento che ricorda le vittime. C’era tanta gente, molte bandiere e vessilli mandate dai club, anche una del Liverpool. Oggi verrà inaugurata una piazza a Torino e nel museo della Juventus c’è una stele davanti alla quale ci si può raccogliere in preghiera. È importante ricordare, ma lo è ancora di più imparare da questi ricordi". Altrimenti c’è il rischio che quei 39 amici muoiano un’altra volta.

29 maggio 2018

Fonte: Tuttosport

NDR: Nel video sopra, Nereo Ferlat, ospite della Sede RAI del Piemonte, nello studio del TG Regionale.

"Una tragedia nazionale non può cadere nell’ oblio": intervista a Nereo Ferlat

di Daniela Russo

In occasione del triste anniversario della tragedia di Bruxelles ascoltiamo la testimonianza di Nereo Ferlat, sopravvissuto al massacro della Curva Z dell’Heysel e portatore di un significativo messaggio.

La memoria è un muscolo che va esercitato, ci dicevano sempre a scuola. Ma la memoria è anche una risorsa, un bene da tramandare affinché non si dimentichi; e la tragedia dell’Heysel, quel 29 maggio 1985, è uno di quegli eventi che nessuno dovrebbe permettersi di ignorare. Ben lo sa Nereo Ferlat, che da quello stadio in quella stessa notte è uscito - soltanto per miracolo - indenne. Da trentatré anni ormai si è assunto il compito, la responsabilità di preservare la memoria di una tragedia calcistica che ha segnato per sempre la storia della Juventus ma che riguarda tutto l’universo del calcio. L’idea di scrivere subito un libro ("L’ ultima curva"), la partecipazione attiva alle commemorazioni e a tutti gli eventi legati alla vicenda belga che portò via 39 persone, di cui 32 italiani; il forte legame con il "Comitato per non dimenticare l’Heysel", di cui abbiamo tempo fa  in questa redazione illustrato il compito: sono soltanto alcuni dei modi in cui Nereo ogni anno si impegna per fare in modo che tutti, specie i più giovani, possano capire che quel  "-39", che sovente campeggia negli stadi senza criterio alcuno, nasconde un enorme significato: non è uno sfottò, e non possiamo permettere che diventi tale.

Nereo, ci aiuta a ricostruire cosa successe quel giorno ?

"Io ero a Bruxelles già a mezzogiorno, quel 29 maggio. Per le strade della città incontravamo già gruppi di tifosi dei Reds che dall’aspetto e dal comportamento sembravano già carichi e facinorosi. Al momento dell’ingresso allo stadio, sono riusciti a introdurre di tutto all’interno: proprio lì accanto c’era un cantiere al quale si poteva accedere senza alcun problema. Allora i controlli certo non erano come oggi… Ad un certo punto hanno incominciato a arretrare e avanzare, proprio come una carica. Una moltitudine, una folla che si muove quasi a voler sollevare una guerriglia. Eppure la curva Z era piena di famiglie, nessuno che avesse intenti bellicosi. Ho visto tantissima gente arrivare, eravamo tutti impauriti. Ho gridato: "Scappiamo", poi il delirio: sentivo chiaramente che nel fuggire c’erano già persone a terra. Non avevo più aria né saliva, ho cominciato a pregare convinto che sarei morto: paradossalmente, il crollo del muretto è stato provvidenziale.  Sono stato sbalzato in aria, mi sono ritrovato accanto a una crocerossina che mi ha dato dell’acqua e mi ha aiutato a riprendermi. Poi mi sono diretto verso la tribuna stampa, là dove Pizzul si prodigava per dare notizie ai tanti telespettatori in ansia. A lui ho portato testimonianza di quanto stava accadendo".

Una vicenda terribile che oggi viene accomunata a un banale sfottò da stadio…

"Sì, è pazzesco questo risvolto che ha assunto l’Heysel. Questo accade perché molti ignorano i fatti, i più giovani soprattutto. Altri conoscono la vicenda solo in modo marginale, ignorandone la portata. Chi ha visto, chi ha assistito dovrebbe incaricarsi della responsabilità di divulgare la verità in modo che non venga banalizzata. L’Heysel è stata una tragedia nazionale. Non è solo un dolore che riguarda la Juventus".

La struttura dell’impianto era davvero così terribile come si dice ?

"Assolutamente. Dava l’impressione di potersi sbriciolare da un momento all’ altro. Fatiscente, inadeguato a un evento di tale portata. I pezzi di porfido si staccavano con una facilità impressionante, si vedeva crescere l’erba tra gli spalti: tutto gridava al degrado. Non era nemmeno la prima volta che quello stadio veniva imputato: nel 1980, in occasione di Arsenal-Benfica valida per la Coppa delle Coppe, l’allenatore della squadra inglese aveva sottolineato la pericolosità della struttura. La Uefa tuttavia ritenne opportuno ignorare la cosa…".

La Uefa tra l’altro ha glissato a lungo sulla sua responsabilità.

"Ci sono voluti anni per avere l’ufficialità della sentenza e più di 200 viaggi a Bruxelles da parte di Otello Lorentini (padre di Roberto, una delle vittime di quella notte, n.d.r.), intenzionato insieme ad altri familiari a rendere giustizia ai poveri defunti e a far emergere la verità sulla Uefa, che ha lasciato per troppo tempo che fosse la Juventus ad assumersi la maggior parte delle colpe. Alla Juve è stato detto di tutto per aver accettato di disputare la partita: ma non c’erano alternative, svuotare lo stadio avrebbe trasformato il tutto in un’ecatombe. L’ordine pubblico andava salvaguardato, e non poteva certo farlo la polizia locale, tra l’altro giunta in ritardo a cercare di contenere l’impatto degli Hooligans. Sia la Juventus sia il Liverpool hanno giocato, non hanno recitato una farsa: hanno fatto ciò che era stato chiesto anche per quelle povere persone, non c’è alcuna colpa in questo. Sicuramente, per quanto io ne sappia, i bianconeri non avrebbero voluto giocare".

Quando è nata l’idea di raccontare tutto nel suo libro ?

Praticamente da subito. Quando sono rientrato a casa, ho rivisto la partita e compreso la portata di quello che era accaduto, nello stesso tempo mi rendevo conto che tutto cadeva nel dimenticatoio troppo velocemente. E mi sono detto che non andava bene, che non dovevo permettere che si dimenticasse una cosa così: una tragedia, non soltanto per la Juve. Non dimentichiamo che tra gli italiani c’erano anche tre tifosi dell’Inter, che si erano recati allo stadio per accompagnare i loro cari. È una tragedia nazionale e calcistica, senza colori".

Anche la Juventus è uscita dal suo lungo silenzio…

"Al Museum ora c’è una sala tutta dedicata all’Heysel, in cui si racconta tutto dettagliatamente (NDR: Una stele con i nomi delle vittime, senza spiegazioni); inizialmente in piazza Crimea a Torino fu subito eretto un monumento. Le commemorazioni si svolgono anche in altre città, ove si radunano i parenti delle vittime. Da questo punto di vista il "Comitato" di Reggio Emilia svolge un lavoro encomiabile, grazie a Iuliana e Roberto Garlassi".

Proprio domenica Nereo Ferlat ha partecipato alla cerimonia di Reggio Emilia, patria custode del celebre monumento ai caduti dell’Heysel. Un luogo di ritrovo tenuto vivo dall’amore: dall’amore per la memoria, per il rispetto, per il dolore. Perché il 29 maggio non è una data solo bianconera: è, come ha detto il nostro amico, una tragedia di tutti quelli che amano e vivono il calcio. E anche di chi non lo ama. Tutti, in qualche modo, siamo chiamati a tramandarne il ricordo. Noi oggi sentiamo di doverlo fare così: con le parole di chi, neanche volendo, potrà mai dimenticare.

29 maggio 2018

Fonte: Golditacco.it

NDR: Nel Video sopra, Nereo Ferlat, tornato dopo 33 anni a Bruxelles, è intervistato sul luogo della strage.

Heysel, una #memoria dello sport degenerato

di Roberto Lauri

Nereo Ferlat era allo stadio di Bruxelles per la partita Liverpool-Juventus deI 29 maggio 1985. Era in curva nel settore "Z", vicinissimo ai settori degli hooligan deI Liverpool e deI Chelsea. Le reti divisorie non bastarono a proteggere i tifosi: morirono trentanove persone (32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese) e ci furono centinaia di feriti. A distanza di trentun anni esce un memoriale che vorrebbe arginare le persistenti degenerazioni della foga sportiva.

Ventinove maggio 1985, Stadio Heysel di Bruxelles, sono passati poco più di trenta anni, ma molte persone hanno ancora impresse negli occhi, le immagini di quella tragedia. Nella capitale belga c'era in programma la finale di Coppa Campioni, tra il Liverpool e la Juventus; quando alle 18,30 lo stadio si trasformò prima in un campo di battaglia, poi in un cimitero. Morirono 39 persone, delle quali 32 erano italiane, e ne rimasero ferite oltre 600. Una tragedia, che a parte qualche rara commemorazione fatta nel suo trentennale, se ne è voluta perdere memoria. Tramite amicizie comuni, ho avuto modo di conoscere, Nereo Ferlat, un sopravvissuto a quella tragedia o come lui stesso si definisce, un vero miracolato di quella funesta giornata, per intercessione di un santo al quale è molto devoto. Nereo ha ancora vivo il ricordo dei quei drammatici momenti e ha voluto per noi fissare alcuni ricordi. Prima però ripercorriamo la storia e gli avvenimenti di quel 29 Maggio di 31 anni fa. A quella attesissima finale erano presenti moltissimi tifosi italiani, quelli organizzati dai vari club di supporter, furono assegnate le tribune delle curve MNO, che si trovava nella parte opposta a quella riservata ai tifosi inglesi. Molti altri tifosi juventini, che erano giunti a Bruxelles in maniera autonoma, furono sistemati nella tribuna Z. Questa era separata da due basse reti metalliche dalla curva dei tifosi del Liverpool, ai quali si unirono anche tifosi del Chelsea, famosi per la loro violenza. Circa un'ora prima della partita i tifosi inglesi più esagitati, gli hooligan, cominciarono a spingersi ad ondate, verso il settore Z, cercando di sfondare le fragili reti divisorie. I tifosi inglesi caricarono più volte gli spettatori juventini, che impauriti, cominciarono ad arretrare, ammassandosi contro il muro opposto al settore della curva, occupato dai sostenitori del Liverpool. Non ci fu nessun intervento da parte delle forze di polizia, per ristabilire l'ordine anzi, cercarono di ostacolare la fuga degli italiani verso il campo di gioco, caricandoli e colpendoli con i manganelli. Ci fu una grande confusione e nella ressa alcuni spettatori si lanciarono nel vuoto per evitare di rimanere schiacciati; altri cercarono di scavalcare gli ostacoli per entrare nel settore adiacente, altri si ferirono contro le recinzioni. Il muro, per le spinte e per il peso esercitato su di esso dai tifosi, ad un certo punto crollò, molte persone rimasero schiacciate, oppure calpestate dalla folla e rimasero uccise. Lo speaker e i capitani delle due squadre invitarono i tifosi alla calma, la maggior parte dei quali lontani dai settori coinvolti negli scontri, non riuscivano a capire quello che stava realmente accadendo. Gli scampati alla tragedia si rivolsero ai giornalisti in tribuna stampa perché telefonassero in Italia, per rassicurare i familiari. Alla fine i morti furono 39, dei quali: 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e 1 irlandese, oltre a 600 feriti. La diretta televisiva della Rai si aprì con il video volontariamente oscurato, mentre il commentatore Bruno Pizzul cercava maldestramente di attribuire l'imprevisto a cause tecniche. Sull'altro canale Rai invece il telegiornale mostrava le immagini degli incidenti e di spettatori distesi a terra senza vita. Dopo quasi un'ora e mezzo di rinvio, alle 21.40 le due squadre entrarono in campo. Si decise di giocare ugualmente la partita, nonostante quello che era successo. La decisione fu presa dalle forze dell'ordine belghe e dai dirigenti UEFA, per evitare ulteriori tensioni. La televisione tedesca si rifiutò di trasmettere la partita, mentre quella austriaca, pur non interrompendo la diretta, sospese la radiocronaca, mettendo in sovrimpressione una scritta che recitava: "Questa che andiamo a trasmettere non è una manifestazione sportiva". La partita fu vinta dalla Juventus e Michel Platini, autore della rete decisiva, fu molto criticato per essersi lasciato andare a esultanze eccessive vista la gravità degli eventi. Lo stesso Platini il giorno dopo, quando venne a conoscenza della morte di 39 persone, dichiarò che di fronte a una tragedia di quel genere, i festeggiamenti sportivi dovevano passare in secondo piano. Il sindaco di Torino, Giorgio Cardetti, censurò l'esultanza nelle strade di alcune frange di tifosi. Dieci anni dopo, Zbigniew Boniek dichiarò che non avrebbe voluto giocare quella finale, non ritirando per questo il premio partita per quella vittoria. Alcuni dirigenti juventini con Michel Platini si recarono a fare visita ai feriti negli ospedali della città. Nella camera mortuaria allestita all'interno di una caserma, i parenti delle vittime furono accolti dai reali Belgi: Re Baldovino e dalla consorte Fabiola.

Nereo c'è una lettera che segna la tua vita, prima e dopo, la lettera Z. Il 29 maggio del 1985, eri nella curva Z dello stadio Heysel di Bruxelles, la curva maledetta, dove morirono 39 persone, che ricordi hai di quella giornata ?

"Sono passati più di 30 anni, ora sono in pensione e le partite della mia Juve preferisco vederle in televisione. Ma il ricordo di quel giorno resta indelebile nella mia mente. L'Heysel non è mai passato. Penso spesso a quel giorno, a ciò che ho vissuto. Avevo percepito una situazione di pericolo già entrando nello stadio. Capii che i tifosi inglesi avrebbero potuto accedere facilmente nel nostro settore e creare molta confusione e disordini".

Tutto era iniziato in un clima di festa, la partenza per il Belgio con gli amici, la speranza di vincere l'ambita coppa.

"All'inizio non volevo andare a Bruxelles, però dopo molto insistere da parte di un mio amico, decisi di seguirlo nella trasferta belga, dove la mia amata Juventus cercava per la terza volta di portare a casa la coppa. Ricordo la carovana dei pullman che partì alla volta del Brabante, nello scirocco di una sera di fine maggio. A bordo c'erano tante speranze, di poter far festa la sera successiva. Ricordo che la notte la trascorsi senza quasi chiudere occhio, durante tutto il viaggio e poi Parigi apparve ai miei occhi, in una mattinata con tanto sole. Poi giungemmo in Belgio, la consideravamo la nostra terra di conquista, "vade retro Liverpool" urlavamo in coro. E poi Bruxelles, entrammo dal quartiere di Anderlecht, alla sua periferia. Notai subito che non c'era nessun cartello, nessuna segnalazione, nulla. Ma non si giocava la finale di Coppa ? Ai belgi non solleticava affatto quell'avvenimento sportivo".

Mi hai raccontato che quando hai visto la tifoseria inglese, che si agitava, che urlava, hai cominciato a avere un po’ di paura, vero ?

Sì, vedemmo i tifosi inglesi, quanti erano ? Tanti, Tantissimi. Eh già ! Era facile per loro arrivare in Belgio. Erano sbarcati, fin dalla notte, ad Ostenda e inondavano di bandiere rosse la Grand Place ! C'era molta tensione. I capi comitiva continuavano a dirci, non nascondendo la loro preoccupazione: "Non provocate, non rispondete alle provocazioni, loro sono la maggioranza e sono tra loro molto uniti". In città, in centro, c'erano in terra, cocci di centinaia di bottiglie di birra e whisky. Quando entrammo nello stadio la tensione era molto alta, cominciammo ad avere paura. Nell'avvicinarci alla nostra curva, la Z, vedemmo che i tifosi inglesi portavano dentro lo stadio di tutto, lo avevano prelevato da un cantiere edile abbandonato. A noi italiani, la polizia belga, all'ingresso dello stadio, ci toglieva anche le aste delle bandiere !".

Si è sempre affermato, che la polizia, sottovalutò il pericolo presente e non fu capace di intervenire in tempo e in maniera adeguata, per placare gli animi, soprattutto quelli dei supporter inglesi.

"Ma no, che paura c'era, dicevano. Il porfido che divelto dalla pavimentazione, diventava arma, che pericolo poteva rappresentare ? Un razzo sparato nella nostra direzione, che pericolo era ? La rete divisoria, che era proprio una rete per polli che s'affloscia e cade, non richiede nessun intervento della polizia, perché ? Sono ricordi amari, molto amari, ho perso degli amici quel giorno. Ancora ricordo come fosse ieri, di quando i tifosi inglesi ci attaccarono e di noi che impauriti, indietreggiando cercavamo la salvezza. Poi quando ci trovammo a migliaia in pochi metri quadrati, schiacciati contro un muro. Schiacciati l'uno contro l'altro, ci mancava il respiro, mi mancava il respiro. Ricordo solo che in quel momento ho pensato di morire e dicevo: "Ciao affetti che siete a casa, ciao mamma, ciao figlia, ciao moglie. Ricordatemi così, figlio, marito e padre." Poi mi sono rivolto a Padre Pio, al quale ero e sono molto devoto: "Padre Pio, aiutami! Salvami ! Ti prego, salvami !". Poi all'improvviso, come uno scrollone che ti fa schizzare in alto, come un tappo di champagne. Non so come sia successo, schizzato via da quel groviglio di corpi, come un tappo di champagne. Quando rivedo il filmato che ritrae quei secondi, mi viene ancora la pelle d'oca ! Poi arrivai in campo salvo. Una suora dopo alcuni minuti mi ha chiesto come stavo e lì ho realizzato di essere ancora vivo".

Un vero miracolo, sei uscito illeso da quella calca, sbalzato via "Come un tappo di Champagne", dopo aver invocato l'aiuto di Padre Pio ! So che per molto tempo hai tenuto questa cosa come un segreto tra te e Padre Pio. Solo da poco tempo hai deciso di parlarne. Dopo che sei arrivato sul campo di gioco, cosa è successo ?

"La triste conta dei superstiti e dei feriti. Di chi era a fianco a te ed ora non c'è più. Il ritorno a casa e quegli incubi che non passavano. Non riuscivo più a dormire, il pensiero delle vittime pesava come un macigno. Il volto sorridente del signor Gianfranco Sarto di Contarina, che avevo conosciuto sul pullman e ora non c'era più, continuava a tornarmi in mente.

Hai voluto mettere i tuoi ricordi e quelli di chi era presente quel giorno tutti in un libro, vero ?

"E' vero, così è nato il libro: "L'ultima curva". Sì, proprio l'ultima, quella che tifosi, come me hanno potuto calpestare per l'ultima volta, per colpa di una partita di pallone. Un libro che vuole essere una sfida a chi vuole dimenticare. Non si possono dimenticare 39 persone che sono morte, per una violenza cieca, inutile. Per dare una testimonianza a coloro che quella sera non erano ancora nati".

25 febbraio 2016

Fonte: La Croce Quotidiano

Il dono del ricordo

di Smemorato

Fuori da ogni ricorrenza o anniversario, l’idea di ricordare quel lontano 29 maggio 1985 mi è tornata in mente, dopo aver visto la puntata, del 2 gennaio 2016, della nota trasmissione televisiva di Rai Uno "Il dono", condotta per l’occasione da Paola Perego. Un dono, fra gli altri della puntata, è stato il racconto di Vittorio che, allora sedicenne tifoso juventino, fu coinvolto insieme al padre Leopoldo nella tragedia che, riguardò tifosi inglesi ed italiani, durante la finale di Coppa dei Campioni disputatasi, allo Stadio Heysel di Bruxelles, il 29 maggio del 1985 fra Juventus e Liverpool. Degli incidenti sappiamo oramai tutto. Leopoldo, ferito nel terribile parapiglia che anticipò la Finale, venne soccorso da un tifoso del Liverpool, Jeff Conrad, che gli prestò i primi semplici soccorsi, lo mise disteso per facilitarne la respirazione spontanea, gli diede da bere acqua per lenire lo spavento. Quando capì che poteva andarsene riprese la sua strada. Vittorio poteva cavarsela da solo per i successivi soccorsi a Leopoldo. Gli anni sono passati, ma il desiderio di rivedere il salvatore ha coinvolto padre e figlio fino ad avvalersi dei mezzi della trasmissione televisiva per ritrovare e abbracciare Jeff, la cosa naturalmente è avvenuta ed è stata registrata dalle telecamere. I due hanno donato a Jeff la maglietta con il numero di Platini (il 10) che Vittorio indossava quella sera. Jeff a sua volta ha regalato a Vittorio la sciarpa del Liverpool con scritto "non camminerete mai soli". Molti sono i libri pubblicati sulla tragedia, cito fra gli altri, per averli letti: "Quella notte all’Heysel" di Emilio Targia ed. Sperling &Kupfer e "Il ragazzo con lo zaino arancione" di Francesco Ceniti e Alberto Tufano ed. Gazzetta dello Sport, entrambi pubblicati nel 2015 a ricordo del trentennale della tragedia. Quello che più mi ha coinvolto personalmente è "L’ultima curva" di Nereo Ferlat. Nei primi giorni di giugno del 1985 il mio amico e collega Nereo Ferlat, scosso dagli eventi straordinari che gli erano accaduti a cominciare dal pomeriggio del 29 maggio 1985 a Bruxelles, mi chiese di scrivere qualche riga su quell’avvenimento tragico e terrificante che porta il nome di strage dello stadio Heysel. Accettai di buon grado perché ero rimasto estremamente colpito ed addolorato da quell’avvenimento che aveva tolto la vita a 38 persone (aumentate successivamente a 39) e spento i miei sogni di tifoso. Dovevo attendere il 1996 per vedere vincere alla Juventus la sua prima Coppa dei Campioni. Oggi la chiamano Champions, ma per me resta sempre Coppa dei Campioni d’Europa. Scrissi allora le mie impressioni, un paio di pagine dattiloscritte, niente di più, ma non le lasciai pubblicare, forse pensavo di dover rinunciare definitivamente a qualcosa di mio. Conservai quei fogli e li usai come segnalibro quando Nereo mi consegnò una copia de "L’ultima curva". Credo che siano ancora li, ma non trovo più il libro che sicuramente giace nei cartoni di un trasloco di vent’anni fa. Non ci ho messo tanto a procurarmi una copia della riedizione del libro, appena l’ho saputo, edizione rinnovata ed accresciuta di testi e molte immagini significative per i tipi della NovAntico Editrice. Un’altra occasione di memoria. In effetti a oltre trent’anni di distanza da quel fatidico evento, la perseveranza di migliaia di tifosi juventini che hanno passato e passano il testimone del ricordo alle generazioni successive, fa sì che i 39 Angeli dell’Heysel siano sempre al nostro fianco. Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre, e se è un cuore grande come quello di Nereo e dei tanti, come me, che ne tramandano la memoria senza stancarsene i Martiri dell’Heysel sono destinati a rimanere con noi finché ci saremo. Naturalmente la nuova edizione del libro di Nereo Ferlat "29-5-1985 "Z" - L’ultima curva" farà la sua parte per conservare questa memoria. Il libro ha una prefazione scritta da Beppe Franzo, il quale ha voluto riprendere e sottolineare la frase "Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre" riportata anche dai tifosi dello Stadium sullo striscione che hanno dedicato ai 39 morti all’Heysel durante la partita dello scorso campionato, giocata in casa dalla Juventus contro il Napoli e vinta per 3 a 1. Fra l’altro, nella nuova edizione, si può leggere la poesia "39 angeli all’Heysel" di Domenico Laudadio, il gestore del sito della memoria dell’Heysel. Inoltre è presente una scelta di riproduzioni fotografiche di giornali dell’epoca e le fotografie di quella triste giornata scattate da Paolo Gugliotta, fotografo della polizia scientifica di Roma. Molte buone ragioni per leggerlo e conservarlo.

4 gennaio 2016

Fonte: Losmemoratodicollegno.wordpress.com

Heysel quella ferita che non si rimargina

di Nereo Ferlat

A trent'anni di una delle più tragiche stragi legati allo sport a Bruxelles gioca la nazionale di calcio. Un torinese sopravvissuto al settore Z ricorda.

Trent'anni sono passati quasi invano da quella tragedia consumatasi sugli spalti di quel vetusto stadio di Bruxelles. La violenza non è stata debellata, l'odio e l'ignoranza sono cresciuti a dismisura nelle menti di chi crede che un coro o una scritta possano colpire una certa tifoseria senza nemmeno immaginare che se la Juventus ed i suoi tifosi hanno fatto da cavie, quella sera chiunque si trovasse lì, avrebbe subito la stessa sorte. Ce l'avevano giurata già dall'anno prima quando all'Olimpico e nella città di Roma ci sono stati scontri tra le tifoserie italiche ed inglesi. Quella sera c'eravamo noi ma potevano esserci i fiorentini, i milanesi, i napoletani, chiunque ! Fatalità volle che chi poteva rendere pan per focaccia a quelle orde di inglesi accumunati dal tifo e dalla violenza (c'erano oltre i tifosi del Liverpool anche le teste calde del Chelsea ed altri uniti contro di noi), era relegata nell'altra curva mentre, divisi da quella rete posticcia per polli c'erano tifosi pacifici, intere famiglie, gente non abituata alla guerriglia da stadio... Già lo stadio... Fatiscente ma allora l'Uefa non era responsabile degli eventuali incidenti. Lo recitava la scritta stampata sul biglietto e solo grazie alla cocciutaggine del compianto Otello Lorentini si è giunti alla sua responsabilizzazione non indolore ! Quello stadio dove potevi battere con la scarpa e staccare i pezzi di porfido, dove l'erba cresceva nelle gradinate, dove le tribune erano di legno, dove le autorità gigioneggiavano ! Ora è stato rifatto non c'è più pericolo, è un modello, c'è anche un piccolo carcere per chi si macchia di qualche violenza durante gli incontri... Ma quella sera, quella triste sera è stato testimone dell'incuria di molti cervelli e cervelloni ! Sono passati trent'anni non bisogna dimenticare ma battere sempre il tasto della memoria, alimentare le future generazioni con l'esempio, educarle nel rispetto, far sì che anche una sconfitta possa essere propedeutica, che si possa gioire ed anche piangere per la propria squadra ma... Mai morire ! Io quando ormai pensavo di essere arrivato al capolinea quella sera mi batterò sempre perché si possa rendere questo gioco una festa e non un incubo ! "Si era partiti pieni di speranza, si era tornati a brandelli ma ancora vivi!".

13 novembre 2015

Fonte: Lavocedeltempo.it

Heysel, "io sopravvissuto a quella maledetta curva Z"

di Fabrizia Argano

La testimonianza a Tuttosport.com di Nereo Ferlat, che il 29 maggio di 30 anni fa era all’Heysel e ha un messaggio per chi allo stadio intona cori contro le sue vittime.

TORINO - Nella vita di Nereo Ferlat c'è una lettera che segna il prima e il dopo. La Z. Il 29 maggio del 1985, era nella curva Z dello stadio Heysel di Bruxelles, quella curva maledetta dove morirono 39 persone, poco prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.

INDELEBILE - Sono passati 30 anni, ora è in pensione e le partite della sua Juve preferisce vederle in tv. Ma il ricordo di quel giorno resta indelebile: "L'Heysel non è mai passato. Penso quasi ogni giorno a quello che ho vissuto in quegli attimi", racconta a Tuttosport.com. Aveva 30 anni quel giorno e tutto l’entusiasmo di chi segue la sua squadra del cuore in una trasferta all’estero per la prima volta: "Avevo percepito una situazione di pericolo entrando allo stadio, si vedeva che i tifosi inglesi avrebbero potuto accedere facilmente nel nostro settore".

L’INFERNO - Ma mai avrebbe immaginato di vivere quello che poi è successo: "Dopo i primi attacchi, un razzo sparato ad altezza uomo ha generato il panico e ci siamo ritrovati in migliaia di persone in pochi metri quadrati. Ero schiacciato, non riuscivo a respirare e pensavo che sarei morto. Quando il muretto è crollato, sono stato sbalzato verso l’alto e mi sono ritrovato in campo. Una suora dopo alcuni minuti mi ha chiesto come stavo e lì ho realizzato di essere ancora vivo".

LA PARTITA - Dopo l’inferno, la partita in un clima irreale, che Ferlat ha visto in uno stato di incoscienza: "E’ stato giusto giocare per motivi di ordine pubblico, ma francamente i festeggiamenti, i cortei, i clacson che sono venuti dopo non hanno avuto senso".

IL RITORNO - Poi il ritorno a casa e quegli incubi che non passavano: "Non riuscivo più a dormire, il pensiero delle vittime pesava come un macigno, il volto sorridente del signor Gianfranco Sarto da San Donà di Piave che avevo conosciuto sul pullman e ora non c’era più continuava a tornarmi in mente". Ricordi che Ferlat ha deciso di mettere per iscritto, quasi per esorcizzarli. Ne è nato un libro intitolato "L’ultima curva", "quella che tifosi come me hanno potuto calpestare per l’ultima volta per colpa di una partita di pallone", spiega Ferlat.

LA LEZIONE - Da quel giorno è cambiato qualcosa nel calcio ? "E’ stata una lezione per gli inglesi, con tutte le misure prese per la sicurezza e contro la violenza - dice - in Italia sembra di no, basta sentire i cori sulle vittime dell’Heysel e su quelle di Superga che ciclicamente vengono intonati negli stadi. Quando li sento, mi vengono i brividi. Restiamo il Paese dei comuni e delle signorie, invece di tifare per la propria squadra si tifa contro. Cosa vorrei dire a chi intona quei cori beceri ? Semplicemente di crescere dentro".

LA RICORRENZA - Ferlat parteciperà alla cerimonia di commemorazione del 2 giugno a Reggio Emilia: "Il ricordo è doveroso nei confronti delle vittime e come monito per le future generazioni, affinché le famiglie possano tornare allo stadio senza paura e si debelli la violenza. Un tifo sano non può essere un’utopia, così come l’Heysel non è stato un incubo ma una realtà a cui cercare di dare un senso".

27 maggio 2015

Fonte: Tuttosport.com

L’Ultima Curva di Nereo Ferlat

di Marco Sanfelici

Per i vecchi chierichetti come me, il mese di maggio ha sempre rappresentato un momento di preghiere mariane. Il parroco andava di cortile in cortile radunando i fedeli nei luoghi di vita quotidiana. Rituali di secoli fa e memoria perduta nei meandri della lotta giornaliera per l’affermazione personale. Per Torino maggio è diventato anche e purtroppo il mese di ricorrenze tragiche, che hanno segnato intere generazioni di sportivi e di appassionati delle squadre cittadine. Se la tragedia di Superga ha indelebilmente sfregiato la collina attorno alla città e squarciato il cuore di tanti tifosi granata, l’orrenda serata dell’Heysel ha gettato intere famiglie nella disperazione ed un popolo, quello bianconero, nel ricordo e nella strenua difesa di 39 vittime della violenza bestiale. Il nostro magazine ha l’onore di ospitare in redazione un testimone non solo oculare, ma protagonista in prima persona di ciò che avvenne nella maledetta curva Z. Si tratta di Nereo Ferlat ed a lui cedo la parola per dare inizio a questa intervista.

Caro Nereo, ti vuoi presentare per sommi capi ?

"Sono nato a Gorizia nel 1952 e a sei anni sono approdato in Piemonte a seguito dei miei che avevano in quel di Lucento una Alleanza Cooperativa Torinese. Promettevo anche come calciatore ma un giorno di maggio dopo un doppio dribbling mi sono ritrovato al Maria Vittoria con la gamba in trazione e con la carriera andata a farsi benedire. A 17 anni sono rimasto orfano di papà e quindi il sogno di fare il giornalista l’ho dovuto abbandonare per aiutare mia mamma dopo la scuola nel negozio. Ho cominciato a seguire la Juve già nel 1958 con Sivori, Charles e Boniperti. Ho visto trionfare i bianconeri campioni d’Italia per 24 volte ! Sono sempre stato un betteghiano doc e quando quel giorno di febbraio appresi della malattia rimasi molto ma molto male. Tralasciando Belgrado ed Atene, per la prima volta andai a seguito della Juve, quella fatidica sera a Bruxelles… Ah, dimenticavo ! Sono sposato con Maurizia da 40 anni, ho una figlia di 37 ed un nipotino di 7 ed un cane di 14, bianconero pure lui !"

Seppure immagino che dovrai rinvangare in ricordi drammatici, vuoi darci ragione di alcuni particolari del come si sono svolte le cose in quella curva ?

"Entrati in quel fatiscente impianto da un’ unica porticina, tolte le aste delle bandiere e indirizzati da cerberi con poco cervello, e vedendo le gradinate, dove tra i ciottoli cresceva l’erba, ho raggiunto delle persone che avevano viaggiato con me da Torino ed il mio primo pensiero, buttando l’occhio verso il settore inglese, diviso solo da una rete posticcia e da qualche gendarme, è stato quello di auspicare che tutto si svolgesse nel migliore dei modi senza nessuna provocazione. Mentre si stava svolgendo un incontro tra due squadre giovanili belghe, sono entrati i giocatori del Liverpool e la loro folla li ha accolti con urla di giubilo. Poi, improvvisamente, un bengala lanciato ad altezza d’uomo dagli inglesi ha spaventato e non poco i tifosi presenti, numerose famiglie, gente non abituata alla guerriglia ed alla lotta, che ha cominciato a cercare di scappare. Molti non hanno capito subito il pericolo, nonostante il lancio di petardi e "sampietrini". Così le orde di inglesi hanno iniziato la conquista di quel settore e la gente si è accalcata a migliaia in pochi metri di spazio e tanti sono stati sopraffatti. Altri si sono tirati giù la rete e sono morti soffocati. Al crollo del muretto chi non era caduto è riuscito, schivando le manganellate di chi non aveva capito che una via di salvezza era quella, ad arrivare in campo. Cosa che ho fatto anch’io e per fortuna una crocerossina mi ha dato da bere ed ho potuto riprendere pian piano le forze".

A che cosa ti ha spinto questa agghiacciante esperienza ?

"Arrivato a casa, la notte non riuscivo a prendere sonno. Rivivevo lo schiacciamento, i minuti interminabili, le grida d’aiuto, di rabbia, sul mio corpo e nella mia mente. Era un martellamento ed un’angoscia pazzesca. Avevo anche visto molti "struzzi" nascondere o ridimensionare la portata di quella tragica sera. Così una notte mi sono messo a buttare giù ciò che avevo vissuto in modo che non venisse dimenticato questo olocausto. Ho raccolto testimonianze di chi era in Belgio e di chi aveva vissuto alla televisione la tragedia. E dopo venti giorni è uscito il libro che ora viene riproposto per il trentennale grazie all’interessamento di un amico".

Ci faresti la cortesia di citare titolo ed editore, oltre al nome dell’autore della prefazione ?

"L’Ultima Curva, (La tragedia dello Stadio Heysel), Novantico Editore, prefazione di Beppe Franzo".

Perfetto ! Illustraci per sommi capi come si articola la narrazione, senza togliere ben inteso la curiosità di comprarlo e di leggerlo.

"Prefazione, poesia 39 angeli all’Heysel di Domenico Laudadio, il gestore del sito della memoria, presentazione (dalla prima edizione) del sindaco di allora, Giorgio Cardetti, un pezzo del grande Giglio Panza e poi, dopo i nomi delle 39 vittime e le mie considerazioni rapportate ad oggi, il via con i capitoli "Il massacro", "I soccorsi", "Lo stadio Heysel", "Il nostro arrivo a Bruxelles, "Il ritorno a casa", e le testimonianze, con alla fine una carrellata di giornali di allora e nel mezzo le fotografie di quella triste sera scattate dal fotografo della polizia scientifica di Roma, Paolo Gugliotta".

Dove è reperibile "L’ultima curva" ?

"Io ho una trentina di copie, l’editore l’ha distribuita con i suoi canali: glielo chiedo e poi sarò meglio in grado di rispondere a questo quesito".

Quali sono gli insegnamenti che hai tratto dall’Heysel e quali senti di dover trasmettere ai più giovani di quella tragica serata ?

"Nel vedere cosa succede negli stati e zone limitrofe, sembra che nessuno abbia capito niente. Chi espone striscioni e chi grida offese si qualifica da solo. Ai giovani mi sento di dire che bisogna tifare per la propria squadra e non contro ! Quando mi invitano a parlare dico che non bisogna farci rubare lo sport più bello del mondo e che bisogna essere degli educatori nei confronti degli altri".

In tutti questi anni ti sei fatto un’idea del come possa essere capitata una tragedia simile ?

"A parte la cervellotica decisione di far disputare la partita in quello stadio a pezzi, ho letto, mi sono informato, ho interrogato, sono ritornato di nuovo là con il comune amico Hervè (Bricca, N.D.R.), abbiamo visitato e filmato (di nascosto) quella curva, mi sento di dire che molto va ascritto all’anno precedente, a Roma-Liverpool, quando gli hooligans sono stati "impacchettati", scortati e portati allo stadio senza possibilità di "esibirsi" e chi lo ha fatto, ha avuto il suo. Così è scattata la ritorsione e chi poteva render loro pan per focaccia, assisteva al dramma nella curva opposta !".

Quindi secondo te il dramma dell’Heysel esce dai connotati juventini per divenire un fatto nazionale ?

"I morti non sono stati tutti juventini, anche belgi, un interista ed un irlandese. Sarà sempre e solo un dramma nostro ma forse volevano vendicarsi (questo lo pensano in molti) e quell’anno, sfortunatamente c’eravamo noi…".

Restano questi dubbi atroci sospesi a livello delle coscienze del questore di Roma nell’84, dei tifosi romanisti che hanno riservato un’accoglienza "speciale" agli inglesi, della U.E.F.A. che organizzò in uno stadio fatiscente una finale così importante, della gendarmeria belga assolutamente inadeguata e di orde più simili ai britanni di cesarea memoria che di gente civile.

"A proposito della Questura di Roma, c’è una testimonianza dove è soppesato l’operato a Roma ed a Bruxelles. Non penso che rimorda la coscienza a chi ha operato per l’ordine pubblico… Anzi chapeau ! Grazie per la disponibilità accordatami e che non accadano mai più tragedie come questa…!"

E’ con questa speranza, radicata nei cuori di milioni di tifosi "sani" che caro Nereo ci salutiamo dandoci appuntamento alla fine del mese per la commemorazione ufficiale. Grazie per avere privilegiato JUWELCOME come magazine di riferimento per il tuo libro. A presto.

13 maggio 2015

Fonte: Juwelcome.com

Era da poco passata l'infausta notte della tragedia quando Nereo, sopravvissuto per puro miracolo (come ebbe più volte a dichiarare), scrisse quello che è da ritenersi il primo libro-romanzo sull'Heysel. Un testo che viene ora riprodotto dalla Novantico editrice nella collana "Tracce di vita urbana" (di mia conduzione). A compendio del testo, corretto nelle forse troppe "omissioni" grammaticali di allora, le principali copertine dei giornali italiani ed europei di allora, alcune poesie di gentile concessione del Museo virtuale dell'Heysel. La copertina è creazione dell'estrosa mano di Gianni Valle. Sembrava doveroso riproporlo come testimonianza storica a trent'anni esatti dalla tragedia. Beppe Franzo

Fonte: Associazione "Quelli di... Via Filadelfia"

 

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