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Vincenzo Paparelli 28.10.1979
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Quel giorno all' Olimpico quando il calcio divenne follia

di Corrado Sannucci

ROMA - Quella domenica Vincenzo Paparelli non volle portare i figli alla partita. "E' pericoloso, è un derby, si picchiano, è meglio che non veniate. Sarà per la prossima domenica". Gabriele ricorda tutto di quella mattina, aveva già otto anni, con il peso e il dolore dell' ultimo giorno passato con il padre e della sua morte così pubblica. Poche ore dopo, un razzo da segnalazioni partito dalla curva sud colpì Vincenzo, uccidendo lui e l' innocenza degli stadi. Era una partita del calcio anteriore a quello attuale. L' Olimpico era quello originale, i tifosi laziali andavano ancora in Curva sud, la Roma era da metà classifica, la Lazio sarebbe retrocessa a fine stagione per lo scandalo scommesse, gli ultrà erano ancora naif, anche se non del tutto innocenti. "Stare allo stadio era completamente diverso, mio padre si alzava continuamente per andare a salutare gli amici, poi ci andava a prendere la Coca, oppure ci accompagnava al gabinetto, la partita quasi non la vedeva" ricorda Gabriele. Vincenzo non si accorge di niente mentre la tragedia fa entrare le scenografie e i protagonisti. Nella notte ci sono state attività di spionaggio, scritte fatte e cancellate, ci sono state infiltrazioni nei gruppi, poi sono stati introdotti gli striscioni, uno di questi diceva "Rocca bavoso, i morti non resuscitano". La curva romanista reagisce, parte il primo razzo, che con una traiettoria impressionante, dalla curva sud va addirittura oltre la curva nord. Subito dopo parte il secondo, ed è quello che uccide Paparelli. Wanda, la moglie, seguirà l' agonia di Vincenzo fino alla corsa in ambulanza verso l' ospedale, minuti che le segnano l' anima per sempre e che non vuole più ricordare. Ma aveva raccontato a Gabriele quelli che erano stati gli ultimi momenti del padre. "Papà come sempre si era alzato ed era andato a salutare gli amici. Era stato sempre via. Quando è tornato, si è seduto, ha raccolto per terra qualcosa che gli era caduta, e nell' istante in cui ha rialzato la testa è stato raggiunto dal razzo". Bastava che quella ricerca durasse un secondo di più e si sarebbe salvato, il razzo avrebbe colpito un altro, allora, ma probabilmente alle gambe. La rabbia dei tifosi laziali esplose, la curva sud scese tutta verso il bordo del campo. Nel frattempo erano entrate in campo le squadre, il capitano Wilson fu chiamato dai tifosi, "non bisogna giocare", gli gridavano. Erano sette anni prima della tragedia dell' Heysel, in cui si giocò, e 25 anni prima della farsa dell' Olimpico, in cui non si è giocato. L' arbitro D' Elia, che non si attaccò al telefono con il presidente della Lega come sarebbe accaduto a Rosetti nel marzo di quest' anno, prese una decisione insieme al prefetto e al questore: se voi mi garantite l' ordine pubblico, disse, io vi garantisco una partita regolare. Sì giocò, per distrarre i tifosi dalla tentazione di una guerriglia immediata. Finì 1-1, segnarono Zecchini e Pruzzo, in una partita finta. Ma da quel giorno i tifosi laziali lasciarono per sempre la Curva sud. Gabriele ha ancora le lettere di Dino Viola, che con una calligrafia un po' gotica racconta la sua angoscia. "Vi sono costantemente vicino nel pensiero". Seguirono anni di tormento.

"A scuola i professori avevano un occhio di riguardo, ma poi trovavo sempre qualche ragazzino che ripeteva i cori contro mio padre, imparati chissà dove. Poi arrivava chi lo faceva tacere, zitti, quello è il figlio". Venticinque anni dopo, Gabriele vive dall' altra parte di Roma, ed è un simbolo di fuga, di bisogno di essere altrove, ma anche del tentativo di trovare un nuovo rapporto con la città che ha insultato, amato, sbeffeggiato, venerato il nome di Paparelli e che solo ultimamente sembra avere trovare un rispetto condiviso anche dalla parte romanista. Gabriele ha vissuto nella città nemica che ogni tanto esponeva la scritta, la più frequente, la più offensiva e demenziale, 10, 100, 1000 Paparelli. "Quante ne ho viste qui sulla Casilina". E lui andava a cancellarle, per difendere il ricordo del padre ma anche la sofferenza della madre. "Per un certo periodo mi aveva preso fissa, giravo con il motorino e sotto il sellino avevo lo spray". Paparelli aveva la passione del meccanico e di andare la domenica alla partita con i figli. "Il quadro di mio padre è lui che torna la sera dall' officina, la tuta sporca, la puzza di grasso". Diversamente dalle vittime di altre tragedie da stadio, non è mai stato dimenticato. In Curva Nord è stato sempre commemorato, la Sud, dopo gli insulti (si cantò persino "Ammazzare Paparelli è stato uno sbaglio, Eagles Supporters è il prossimo bersaglio"), negli anni scorsi è apparso uno striscione di pacificazione. "Oltre i colori, rispetto per Paparelli". La città ne ha fatto un eroe comune e il nome di Paparelli è conosciuto anche dai ragazzi di quindici anni, che forse non sanno cosa accadde e che neanche sanno cosa si dovrebbe fare, ed evitare di fare, perché sia capito il vero messaggio di quella morte. "Ecco perché io vado ancora in giro, a raccontare la storia di papà, perché vorrei che sparisse la violenza. Ma è tutto inutile" dice Gabriele sconfortato. Però, in questa città che così tanto li ha feriti, è apparso un fenomeno nuovo, il senso di colpa. "Ci sono tifosi romanisti che mi fermano, che quando sanno chi sono mi dicono: scusaci per quello che è successo. Li guardo e vedo che hanno vent' anni". Ci sono ragazzi che vogliono portare la colpa di altri, al di là dei colpevoli veri (Giovanni Fiorillo, che sparò materialmente i razzi e che è morto nel '93, Marco Angelini, Enrico Marcioni; più Pericle Gigli, il commerciante che ne vendette tre per 15mila l' uno), che furono condannati dopo un processo presieduto da un magistrato importante nella storia d' Italia, Santiapichi. "E ci sono anche quelli che mi dicono: "Perdonami, quel coro sui 10, 100, eccetera Paparelli, l' ho cantato anch' io quand' ero ragazzo. Ora me ne vergogno". Piccoli passi avanti di pacificazione. Gabriele va malvolentieri all' Olimpico, però si occupa indirettamente di calcio. Lavora in uno studio audiovisivo, dove, per lo staff tecnico del Milan, registra le partite dei campionati esteri, una quarantina di dvd che invia settimanalmente a via Turati. Ha parlato un paio di volte al telefono con Ancelotti, che lo conosce come Gabriele ma non come figlio di Paparelli. Il 28 ottobre 1979 Ancelotti era in campo.

23 ottobre 2004

Fonte: La Repubblica

 

Roma, 28 ottobre 1979: Vincenzo Paparelli sempre con noi

Il 28 ottobre 1979, allo Stadio Olimpico, è in programma il derby Roma - Lazio. L’Italia sta vivendo gli ultimi anni di quel ribellismo socio-politico giovanile che da un decennio la stava percorrendo e che è ormai alla vigilia di quello che poi verrà definito "riflusso". Viceversa, sta assumendo le dimensioni di massa un nuovo fenomeno di aggregazione -il tifo organizzato "ultrà" - che, neppure troppo metaforicamente, segna il passaggio di testimone dell’impegno e dell’interesse del mondo giovanile e che, nel ben o nel male, sarà protagonista per i decenni successivi. A Roma, nello specifico, hanno visto la luce da alcuni mesi gli Eagles Supporters Lazio (ES) ed il Commando Ultrà Curva Sud Roma (CUCS), due gruppi che, per dimensioni e qualità, lasceranno decisamente il segno nel panorama ultrà della città e dell’intera nazione. Salvo poi essere defenestrati (gli ES agli inizi degli Anni Novanta, il CUCS un decennio più tardi) dalla successiva "generazione ultrà", per ragioni molto simili. Il sommarsi dell’antagonismo politico ad una rivalità calcistica già molto sentita rappresenta una miscela esplosiva per il derby romano, in virtù appunto di un diffuso stereotipo (in quegli anni ancora piuttosto verosimile) che tendeva a spaccare la gioventù capitolina tra "laziali - camerati" e "romanisti-compagni"; un luogo comune a sua volta figlio di una sommaria analisi sociale che raccontava di una città divisa in ceti e quartieri borghesi (feudi biancocelesti) ed in ceti e quartieri popolari (roccaforti giallorosse). La partita del 28 ottobre è dunque ad elevato rischio incidenti come accadeva da qualche anno, l’odio tra le due fazioni trasuda in un rincorrersi di scritte inequivocabili sui muri della città e sugli argini del lungo Tevere, può concretizzarsi solo nei due derbies stagionali: le Forze dell’ordine sono presenti in quantità a presidiare l’Olimpico, con la fatica di chi (i Carabinieri) deve muoversi agile con una pesante palandrana addosso, eppure il dramma assume forme impreviste e, forse, imprevedibili; sicuramente diverse dai violenti incidenti che, lo stesso giorno, si registrarono al derby di Milano e a Brescia - Como. Poco prima delle 13.30, quando manca più di un’ora all’inizio della partita, dalla Curva Sud parte un razzo che attraversa tutto lo stadio e colpisce Vincenzo Paparelli, un tranquillo tifoso laziale qualunque, seduto nella curva opposta. Per l’uomo, trasportato subito in ospedale, non ci fu nulla da fare: il razzo, dopo un volo di oltre 200 metri, lo aveva centrato in pieno volto causando lesioni gravissime. Allo stadio intanto si vivono momenti di tensione: i tifosi laziali si abbandonano ad atti di violenza e vandalismo, finalizzati alla vendetta ma soprattutto a non fare disputare l’incontro. La partita viene invece fatta disputare, secondo il capitano della Lazio Wilson anche per evitare ulteriori incidenti, ma è una farsa che si disputa in un clima di paura: la Nord spoglia e devastata, un pallone finito sugli spalti torna in campo squarciato da un coltello, qualcuno assicura persino di avere udito dei colpi di arma da fuoco… Vincenzo Paparelli è stata dunque la prima vittima del teppismo calcistico in Italia e l’episodio, giustamente, provocò grande attenzione e preoccupazione. Tutti si chiesero il perché di una morte così assurda e, più in generale, i motivi dell’escalation della violenza negli stadi. Per la cronaca il responsabile del lancio del razzo omicida fu presto individuato ma rimase per lungo tempo latitante: si trattava di Giovanni Fiorillo, un ragazzo di soli 18 anni, più noto nell’ambiente curvaiolo con l’appellativo di "Tzigano". Si saprà anni dopo che per qualche tempo trovò rifugio nelle valli bergamasche, "coperto" da amici atalantini, che a quel tempo tra le due tifoserie esisteva un forte gemellaggio. La morte di Paparelli occupò le prime pagine di quotidiani generalisti e sportivi ed i titoli dei TG RAI: ovunque prevalse l’allarmismo, la condanna e tanta, ma proprio tanta, retorica pseudo moralista.

28 ottobre 2010

Fonte: Sololalazio.blog.tiscali.it

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